Intervento del presidente Cdo, Bernhard Scholz, sul tema del senso del lavoro

I mutamenti delle nostre società portano a domandarsi se è ancora possibile che la persona sia davvero messa al centro nel mondo del lavoro, oppure se le sue esigenze primordiali di verità, giustizia e bellezza debbano essere sacrificate o appiattite a causa dell’avvento dell’automatizzazione, della standardizzazione o di altre ineluttabili “condizioni di sistema”. In questo quadro, si possono individuare un ruolo e una responsabilità specifiche dell’imprenditoria italiana? Può una tradizione agricola, industriale e produttiva che vede il “genio italiano” eccellere in numerosi campi cedere il passo a un’organizzazione del lavoro che tra le sue priorità non annovera né la piena occupazione del popolo, né la soddisfazione professionale e personale di chi un lavoro ce l’ha? Per rispondere seriamente a questi quesiti occorre tuttavia andare a fondo dei problemi che essi sollevano.

Max Weber ha scritto che il mondo moderno viene percepito da tanti come “una gabbia” dentro la quale si vive per lavorare, senza che la vita stessa si compia. Karl Marx ha parlato delle condizioni “alienanti” del lavoro. Ma anche oggi, dove le condizioni sono decisamente migliorate nei paesi industrializzati, la maggior parte delle persone tende ad andare a lavorare con l’idea che sia un obbligo, un pegno da pagare, quasi una condanna, comunque qualcosa da subire inevitabilmente cercando la “vera vita” in quel tempo chiamato “libero”. Anche nei momenti di esaltazione, soprattutto quando si riscuote un certo successo, l’atteggiamento di fondo è il medesimo: mentre, da una parte, si tende a lasciarsi determinare dalle condizioni, dall’altra si tende a identificarsi con la propria prestazione, entrando così inevitabilmente nelle oscillazioni fra l’illusione di quando le cose vanno bene e la frustrazione di quando si presentano le inevitabili difficoltà. Così è l’uomo stesso a “scomparire”, a non essere più presente a se stesso in ciò che fa, vivendo una sorta di dicotomia nella sua natura.

Qual è allora la strada da intraprendere? Abbiamo tutti la possibilità quasi impellente di riscoprire e di vivere il lavoro come espressione profonda e duratura di un desiderio inscritto nella nostra vita: il desiderio di una vita più piena, più bella, con servizi più funzionali, rendendo la realtà più accogliente e più ospitale per tutti. Un desiderio che ci spinge a mettere in gioco i nostri talenti e che si esprime anche come impegno nel trasformare le condizioni della vita e del lavoro con una pazienza attiva capace di compiere anche dei sacrifici.

La riduzione di questo nostro desiderio ha delle conseguenze non solo a livello personale, ma anche economico generale, come mostra la crisi economica che si è resa evidente dal 2008. ll conseguimento di risultati immediati, la ricerca del profitto nel più breve tempo possibile, la superficialità rispetto alle sfide di una sostenibilità economica ed ecologica hanno indebolito il supporto dell’economia al bene comune, aprendo anche le porte a sfruttamenti sottili o brutali delle persone e della natura. Invece di uscire dalla schiavitù delle condizioni si rientra nella schiavitù dell’istintività e di paradigmi autoimposti tradendo se stessi, cioè il desiderio originale di creare un bene per sé e per le persone vicine e di essere in qualche modo utili per il mondo che ci circonda. Sempre Max Weber prospettava il rischio di imbattersi in “specialisti senza intelligenza” o in “gaudenti senza cuore”.

Queste considerazioni ci aiutano una volta in più a capire che la crisi economica – e la crisi culturale che sta alle sue origini – non si supera mediante appelli morali o politici, ma grazie a persone che hanno il coraggio di seguire il loro desiderio umano più vero: l’uomo non desidera affatto il profitto a breve termine o un successo a scapito degli altri, ma desidera anzitutto costruire qualcosa di utile e di duraturo per sé, per le persone che gli sono affidate e, in prospettiva, per il mondo intero. Tuttavia, il desiderio umano rimane paralizzato se non diventa responsabilità, se non si esprime nella risposta alle sfide che la realtà pone. È proprio la responsabilità – la risposta cosciente con una tensione ideale di fronte alle opportunità e alle contraddizioni che incontriamo – ciò che permette di attingere con crescente consapevolezza alla potente domanda su ciò che noi veramente desideriamo e vogliamo realizzare. E così possiamo scoprire e riscoprire la creatività che nasce dai nostri talenti e metterli in gioco per il bene proprio e degli altri. Una responsabilità che nasce dal desiderio è ben diversa da una responsabilità impostata come pure senso del dovere. Il dovere per il dovere non riesce a muovere verso una intraprendenza e una creatività capace di superare inevitabili limiti e difficoltà con la ricerca inarrestabile e lungimirante di soluzioni nuove e più umane, sia nelle imprese, sia nella vita sociale e politica.

Come permettere, quindi, al desiderio di maturare una responsabilità? Vivendo il lavoro come esperienza di sé, essendo presenti con la totalità di se stessi dentro le piccole o grande domande che si affacciano quando operiamo e decidiamo, cercando di rispondere con tutta l’intelligenza umana e professionale che nasce dalla propria vita e, soprattutto, dalle tante relazioni vissute con consapevolezza, interesse e gratitudine. Non basta seguire passivamente ciò che accade, ma bisogna saper cogliere il significato di ciò che accade, cioè, appunto, farne esperienza: la struggente superficialità con la quale tendiamo a trascurare noi stessi nel lavoro è impressionante. Allora, la domanda più semplice e necessaria da farsi è: che cosa succede mentre sto per otto ore nello stesso ufficio? Questa ripetitività è una condanna o un’occasione? Questo problema che ho con il capo o il collega è qualcosa che mi consente di fare un passo avanti o sono schiavo di questi rapporti? La questione si può formulare in mille modi, evidentemente con impatti diversi a seconda delle responsabilità. Ma è solo la sincerità con la quale ce la poniamo a rimettere in gioco noi stessi dentro e attraverso il lavoro. Sincerità che non richiede attitudini eroiche, ma di attingere appunto al nostro desiderio di bene e di vero. È la coscienza di questo desiderio che ci permette di non soffocare nella superficialità o nella consuetudine. Questo non vuol dire che le risposte siano sempre a portata di mano o semplici da trovare. Ma una domanda anche sofferta, senza pretesa, può portare con il tempo ad una creatività e a un cambiamento altrimenti impossibili.

Così facendo, l’uomo scopre, o riscopre, che la fatica non è un limite, una condanna o una schiavitù, ma un passaggio per realizzare qualcosa di più. Questa semplicità, nelle varie opere – imprese, scuole, università, opere non profit – consente alle persone di riscoprirsi protagoniste dentro il lavoro. Di rendersi conto che non dipendiamo da quello che facciamo, ma che invece siamo soggetti capaci di incidere passo dopo passo, facendo emergere una positività e un’umanità che altrimenti rimarrebbe sepolta sotto i detriti dello scetticismo o della noia e di crescere personalmente e professionalmente in questa fedeltà al proprio desiderio dentro e attraverso le opportunità e le difficoltà che incontriamo. Una tale “accettazione” delle condizioni del lavoro non è una sottomissione ma, al contrario, la possibilità di una vera trasformazione: né schiavi, né ribelli, ma liberi e responsabili nella costruzione paziente e intelligente di un mondo più umano. Ciò che vale in generale per la vita vale anche per la vita lavorativa: il mondo può cambiare se cambiano le persone – diventando sempre più autentiche.

Certamente, la politica può e deve creare delle condizioni favorevoli affinché il lavoro possa essere vissuto con dignità e il libero mercato, soprattutto negli scambi internazionali, non sia una prateria darwiniana, ma uno scambio di beni e servizi in un orientamento al bene di tutti. Tuttavia, le condizioni culturali che permettono una vita lavorativa sempre più umana e un’economia caratterizzata da una crescita qualitativa sempre più al servizio di tutti possono essere solo sostenute dalla politica, ma non create: qui entrano in gioco le persone. In questo, il compito di un’associazione come la nostra è far entrare professionisti, imprenditori, manager, responsabili della finanza e della politica in un dialogo proficuo su questi temi: tanti uomini d’azienda, per il solo fatto di essersi “raccontati” agli altri e aver riflettuto su se stessi e sulle conseguenze delle proprie decisioni si sono scoperti più umili nel riconoscimento dei beni ricevuti e dei beni loro affidati e quindi più capaci di incidere, con piccoli o grandi cambiamenti. Il dialogo sullo scopo del nostro lavoro – sugli obiettivi delle nostre imprese, sui valori che vogliamo diffondere anche all’interno delle aziende, delle opere, degli studi professionali e nei contesti organizzati delle aggregazioni imprenditoriali – è più che mai necessario e deve estendersi ai propri collaboratori, coinvolgendoli negli scopi per i quali si lavora insieme, per rendere anche loro parte attiva dei cambiamenti possibili.

Proprio per l’esperienza significativa di sé e del mondo che il lavoro offre, bisogna fare in modo che tutti possano lavorare, prima di tutto rendendo le nostre imprese forti e innovative, quindi capaci di produrre beni e servizi interessanti per clienti attuali e potenziali. In questo modo potranno creare occupazione e sostenere la formazione dei giovani attraverso l’alternanza scuola-lavoro, gli apprendistati e, non appena possibile, offrendo loro un lavoro che permetta una vita dignitosa. Certamente, come abbiamo ripetutamente sottolineato in questi anni, bisogna anche migliorare il mercato del lavoro nel suo complesso e promuovere con maggiore decisione il sistema della formazione professionale.

L’impronta di un’impresa orientata al bene comune e un lavoro che segue il desiderio del bello e del bene anche nelle situazioni complesse è difficile da decifrare: questa impronta essenzialmente culturale ed educativa non si può imporre, ma è possibile proporla attraverso la testimonianza personale e attraverso dialoghi aperti e sinceri, meglio ancora se sistematici. È vero che il desiderio rimane comunque vulnerabile alle diverse contraddizioni; è vero che il senso la responsabilità può indebolirsi di fronte alle grandi problematiche che caratterizzano il mono attuale: è questa la ragione per la quale nell’esperienza cristiana questo desiderio diventa preghiera a sostegno di una responsabilità che cerca, anche attraverso una crescente condivisione, di servire Dio e gli uomini con creatività e perseveranza, perfino in condizioni avverse. Ed è questa, a sua volta, la ragione per la quale il giorno della Festa del Lavoro è anche la festa di San Giuseppe. Di lui non conosciamo nessuna parola, ma ciò che ci viene da lui trasmesso dice che ha servito con tutto se stesso, anche con il suo lavoro, Chi gli era affidato di fronte alle minacce più impetuose, partecipando così alla rinascita dell’umanità. Non dipende dal ruolo che ricopriamo se il nostro lavoro è utile. Dipende dalla coscienza con la quale lo viviamo.

Bernhard Scholz, presidente Cdo

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