Intervista di Scholz su Tracce: “Dai desideri alla cura di sé”

Pubblichiamo l’intervista al presidente Bernhard Scholz uscita sul numero di febbraio del mensile Tracce. Di Paolo Perego

Passaggio o occasione? Come si può vivere il periodo della ricerca quando, laurea o diploma alla mano, si comincia a bussare alle porte del mondo del lavoro? Ragazzi pieni di ambizioni, desideri e aspirazioni. Che, tuttavia, si scontrano contro il muro della crisi, con il fatto che di lavoro ce n’è poco.
«In più, ci sono dei paradossi: penso alle 65mila offerte lasciate senza risposta nel 2013 denunciate dalle Camere di commercio italiane». A parlare è Bernhard Scholz, presidente della Compagnia delle Opere, realtà associativa che raccoglie oltre 30mila imprese e che da sempre ha a cuore il tema del lavoro. «Ci sono mestieri che la gente non vuole fare. E non parliamo di andare a fare le pulizie, ma di panettieri, idraulici, meccanici. Riempire questo vuoto non risolverà il problema della disoccupazione, ma rimane comunque un dato».

Dove sta il baco? Nella formazione? Nella mancanza di competenze denunciata da quasi metà dei datori di lavoro? O è un problema strutturale, di cultura?
«C’è un deficit. È evidente. Soprattutto per quanto riguarda i lavori con una forte componente di manualità. Non a caso, come CDO abbiamo promosso, insieme alle Acli e ai Salesiani, un appello sulla formazione professionale, che da noi può – e deve – diventare la via verso forme di alternanza che funzionino realmente. Intanto, è una risposta efficace alla dispersione scolastica, come dimostrano i dati di quelle Regioni che lo hanno implementato. Ma soprattutto, è qualcosa che permette ai giovani di avere le competenze necessarie per lavorare appena finiscono gli studi. Che è quello di cui hanno più bisogno le imprese oggi… In altri Paesi è già la via maestra per introdurre i giovani nel mondo del lavoro».

Perché manca questo? Tanti hanno grandi attese. Magari si buttano su percorsi scolastici impegnativi con ambizione, per poi ritrovarsi senza sapere cosa fare quando finiscono…
«Il lavoro manuale non è abbastanza stimato. Suona sempre come un “di meno”, come se non avesse dignità. L’intelligenza manuale va riscoperta. Chiunque passa per le nostre strade e vede qualcosa di bello, be’, vede qualcosa che è stato fatto dalle mani di un uomo. In un’azienda, tante macchine e tanti prodotti sono fatti con le mani, soprattutto se di alta qualità. Il lavoro manuale ha la stessa dignità di qualsiasi altro lavoro. La cecità in questo nasce da una distorsione culturale drammatica, tale da stratificare un pregiudizio anche sul mondo della formazione professionale. Ci sono oltre 700 centri di formazione professionale in Italia che funzionano bene, e che integrano nel percorso educativo esperienze di lavoro reale, di presa in carico della persona fino al tempo libero e alla cultura e di rapporti strutturati con imprese grandi e piccole. Mi vengono in mente l’esperienza di Aslam in provincia di Varese, di Cometa a Como, di In-presa in Brianza, di Piazza dei Mestieri a Torino. Poi, è chiaro che non per tutte le tipologie di studi c’è la stessa probabilità di trovare una occupazione nel breve periodo. La questione è capire come avviene tale scelta. Rivelando quanto sia fondamentale consigliare i giovani diplomati o laureati, sostenerli nel partire dal loro desiderio, dalla loro inclinazione, e aiutarli a capire quanto questo abbia probabilità di trovare una certa risposta a livello occupazionale».

È realismo…
«Sì. Realismo non vuol dire che si debba censurare l’inclinazione, ma magari che la si può indirizzare in campi simili o analoghi rispettando il desiderio. D’altra parte oggi, anche chi trova un posto, spesso si trova a dover cambiare più volte la forma del suo lavoro. Magari non la professione, ma l’ambito. Occorre essere disponibili e flessibili. Il percorso formativo, di per sé, è un punto di partenza. Poi, bisogna essere aperti, e andare a vedere come le competenze e le conoscenze acquisite, e anche il metodo di affronto delle cose, possono essere utili. Tanti fanno oggi dei lavori che c’entrano poco con ciò che hanno studiato e sono soddisfatti. Vuol dire che il loro percorso di studi non ha fornito solo competenze, ma un metodo di approccio con la realtà lavorativa».

Altro scoglio, il posto fisso. Una prospettiva che sembra essere nel dna della nostra cultura. Si cercano certezze. A garanzia della propria sopravvivenza in tanti casi. Soprattutto per le giovani famiglie, tra mutui, bollette, scuole…

«Vivere e trovare lavoro oggi è molto più difficile, anche solo rispetto a quindici anni fa. La realtà di oggi è diversa, e il mondo del lavoro spinge verso la flessibilità. Non è una scelta e nessuna politica la può cambiare: si tratta dell’evoluzione dei mercati mondiali che da decenni va in questa direzione. Oggi ci vuole forza per entrare nel mercato del lavoro, ma anche per restarci. Per questo è fondamentale che chi cerca lavoro sia inserito in una trama di rapporti che lo possano sostenere. La situazione più drammatica è quella delle famiglie. A volte per trovare lavoro bisogna anche cambiare luogo di vita. Tanti, poi, affrontano la ricerca da soli. È quasi impossibile, soprattutto quando il tempo passa senza un risultato. Questi luoghi di compagnia reale esistono, e spesso nascono dalla gratuità di tanti che si mettono a disposizione; sarebbe bello che anche il nostro sistema di welfare si ridisegnasse intorno a queste realtà sussidiarie che possono dare risultati straordinari a costi molto ridotti».

Cosa deve curare di più chi cerca lavoro, dunque?

«Occorre maturare una consapevolezza dei propri talenti e una tenace apertura nel cercare, e cogliere, le opportunità. È questo che oggi permette di trovare non tanto il posto fisso, quanto piuttosto un percorso occupazionale. Fatto anche di lavori diversi. Si tratta sia dello sviluppo continuo di competenze da un punto di vista tecnico-professionale, sia delle capacità di relazione, di iniziativa, di immedesimazione: tutte qualità che mettono la persona in rapporto con la realtà lavorativa in modo più agile e creativo. Allora, ogni esperienza, anche breve, può essere importante. Al contrario, tanti affrontano le prime occupazioni come in stand-by. Aspettano che succeda altro e non vivono quello che hanno tra le mani come un’opportunità di crescita personale. Uno che affronta così il lavoro si vede, e le imprese diffidano di questo atteggiamento».

Di cosa parla quando parla di “crescita personale”?
«Del fatto che la persona abbia una “consistenza” che non dipenda dal lavoro o dalle circostanze pur faticose che vive. Che gli permetta di affrontarle nell’ottica di usare al meglio quello che c’è e, se necessario, di cambiare. Di entrarci dentro con la consapevolezza di non esserne determinati. Chi può dire che la sua consistenza sta nel lavoro che fa? E se poi il lavoro lo perdi? Chiedersi chi si è, di cosa si consiste… È una grandissima provocazione. Non solo per chi cerca lavoro. Sono domande che sfidano tutti, anche chi il lavoro lo può dare e chi fa la dolorosa esperienza di non poter, o non poter più, offrire un posto».

Chi può aiutare questi ragazzi?
«Chiunque abbia una esperienza matura del lavoro e si dedica veramente ai ragazzi. Poi ci sono le iniziative di realtà laiche e cristiane; in CDO c’è il Consorzio Scuola e Occupazione, per esempio, dove imprenditori e professionisti regalano il tempo libero per incontrare e consigliare chi deve decidere, chi cerca e chi è in difficoltà. Ne conosco tantissimi che lo fanno. Bisogna offrire una compagnia che sostenga nelle scelte, da quali studi intraprendere a come cercare lavoro. Occorre un confronto, per arrivare a un giudizio realistico dove il proprio desiderio sia valorizzato e non diventi un pregiudizio che precluda delle opportunità».

L’anno scorso il boom delle partite Iva aperte dai giovani. Tanti tentano “l’autonomia”. Che spazio c’è per loro?
«Lo spazio uno se lo deve anche creare. È una strada impegnativa che per tanti non ha alternative. Ma le garanzie non ci sono neppure col posto fisso. Basta pensare alle migliaia di manager licenziati negli ultimi anni. Non c’è sicurezza. Tutti i lavori richiedono impegno e presentano la possibile sfida di dover cambiare, prima o poi. Le partite Iva sono un’opportunità, in alcuni casi per iniziare, in altri per divenire la forma stessa del proprio lavoro. Viviamo una situazione che presenta sfide altissime. Per affrontarla è fondamentale, ripeto, una trama di rapporti che sostengano il vivere quotidiano. Solo così uno non cade nella rassegnazione».

Basta?
«Una compagnia vera non ti risolve i problemi ma ti sostiene nell’affrontarli. E nel non chiudersi dentro la delusione o la rassegnazione. Non si sostituisce alla persona, ma la sostiene. Anzi, se un rapporto affievolisce l’impegno personale è il contrario dell’aiuto che serve».

Cosa conta davvero in questo periodo della vita, allora?

«Prima di tutto che uno sia certo. Il responsabile del personale di una grande multinazionale mi diceva della fatica nel trovare persone, che abbiano capacità di decidere, di prendere iniziativa, di mettersi in gioco. Conosco molte aziende, e vedo che essere una persona che “ci sta”, che entra nella realtà con tutto se stesso e con tutto il suo desiderio, è una qualità che il mondo del lavoro cerca. È importantissima. Se anche uno, pur nella difficoltà, cresce, diventa più maturo, più consistente, questo lo rende anche molto più interessante agli occhi di chi offre lavoro».

Senza abdicare a nulla del tuo desiderio…

«No, anzi. È il contrario. Rassegnazione, presunzione e vittimismo non aiutano ad affrontare la ricerca del lavoro, prima, e il lavoro stesso, dopo. Non bisogna mai abbandonare la cura di sé e della propria maturazione. Per uno che cerca da quattro, sei, otto mesi, la rassegnazione potrebbe essere dietro l’angolo. È comprensibile. Ma riuscire a rimanere forte, desideroso, impegnato rappresenta un passo di crescita personale che non ha paragoni. E una volta che si troverà sul posto di lavoro sarà uno che fa la differenza. Certe qualità come la creatività, la tenacia, e la capacità di relazionarsi sono proprie di gente che tiene alto il proprio desiderio».

Tanti iniziano a guardare all’estero come opportunità di lavoro. È un fallimento?
«Per nulla. È una strada, una bella opportunità. E mi auguro che chi è partito un giorno torni, portando con sé tutto il bagaglio di esperienze che avrà acquisito. Sarebbe un grande aiuto. Io sento una grande responsabilità: dobbiamo fare di tutto per far ripartire il Paese. Per creare occupazione c’è bisogno di crescita e di sviluppo, e su questo cerchiamo da sempre il dialogo con la politica, per semplificare la burocrazia che ostacola le imprese e per diminuire le tasse che pesano sulle famiglie e sulle aziende, per rendere più efficace il mercato del lavoro e per favorire la capacità delle aziende di assumere. E cerchiamo di aiutare le imprese ad internazionalizzarsi, a diventare più concorrenziali. Tutti devono muoversi per questo. Sono certo che questo momento sia un passaggio, certo difficile e sfidante e so bene che questo non è una consolazione per chi è in difficoltà. Ma la sfida si vince affrontandola. Se tutto va bene, come mi auguro, già quest’anno l’economia potrebbe avere un’inversione di tendenza. Magari l’occupazione arriverà dopo. Ma intanto occorre che si recuperi la fiducia. Senza, non si va da nessuna parte».