La soluzione è sempre un’innovazione

Nelle parole di Alessandro Andolfi, la parabola ascendente di un’azienda nata in una cantina: “Da vent’anni in Compagnia delle opere, perché fare rete è importante”.


Da un sacchetto di polietilene al Polyretwin, premiato per 3 anni consecutivi, dal 2001 al 2003, dal Conai per l’intervento di ecodesign e per aver ridotto l’impatto ambientale dell’imballaggio. 


La storia di Andolfi&C. Packaging, azienda specializzata nella realizzazione di imballaggi flessibili con sede a Sant’Elpidio a Mare e associata alla Compagnia delle Opere Marche Sud da quasi vent’anni, è un mix di sana imprenditorialità marchigiana e spirito pionieristico: una passione per l’innovazione continua che l’ha portata ad essere all’avanguardia anche quando si parla di ecosostenibilità dei prodotti e ad essere riconosciuta, recentemente, come un’eccellenza delle Marche.


“I nostri imballaggi sono flessibili – inizia così il suo racconto Alessandro Andolfi – ma a pensarci bene, anche noi lo siamo stati a lungo nel tempo. La nostra azienda è cresciuta pian piano e affonda le sue radici ben prima del 1961, anno che convenzionalmente utilizziamo per la nascita dell’attuale struttura. Ai primi del Novecento, alcuni nostri parenti si stabilirono a Milano e la loro impresa ha avuto, nel tempo, fino a cinquecento lavoratori. È a loro che mio padre suggerì l’idea di iniziare a lavorare con gli imballaggi, quelli che dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale andavano di moda per le calzature: i sacchetti di polietilene, forati per far respirare la pelle della scarpa”.


L’embrione dell’attuale azienda era nella cantina di una casa di un centro storico: “i film tubolari che arrivavano da Milano non potevano essere scaricati nei pressi dell’ingresso: venivano caricati su un carretto e poi le bobine scivolavano nel sottoscala. Una vera impresa”.


Nonostante tutto, tra i clienti c’erano già i calzaturifici marchigiani che poi avrebbero fatto la storia, a livello internazionale: le consegne, negli Anni Cinquanta, si effettuavano utilizzando l’autobus di linea.


Negli Anni Settanta, in una sede “solo poco più comoda e accessibile della precedente”, l’azienda entra nel mercato degli imballaggi per alimenti, così “collaborando con un’azienda famosa di San Benedetto del Tronto, di caratura nazionale, iniziammo a strutturarci in maniera imprenditoriale: inserimento dei codici, consegne più consistenti, corrieri esterni. In famiglia lavoravamo tutti, compreso il nonno”.


È questo il momento di un “ampliamento necessario, perché le aziende di questo mercato chiesero un adeguamento tecnologico che implicava molto più spazio. A lungo e inutilmente abbiamo cercato degli spazi consoni: all’epoca, non c’era il concetto di “zona industriale”, ma la tecnica dell’estrusione sottintende che tu abbia anche fino a dieci metri di altezza: nell’attuale struttura arriviamo a diciotto metri”. 


Trovato il capannone adatto, inizia la produzione in proprio delle bobine di film in polietilene che, negli Anni Sessanta e Settanta,  si acquistavano a Milano, poi Andolfi&C. identifica l’attuale sede, a metà degli Anni Novanta: oggi, l’azienda si estende su circa 5000 metri quadrati e un’area di 30.000 metri quadrati, le sue linee produttive sono attrezzate con moderni sistemi di controllo automatico, con un laboratorio che serve ad eseguire un controllo sistematico sulla qualità e affidabilità dei prodotti.


“Oggi, la nostra produzione copre i settori degli alimenti, della grande distribuzione, industriale, moda e farmaceutico: ognuno di questi segmenti ci ha insegnato qualcosa, ci ha permesso di migliorare, penso alle stringenti norme che sono imposte dalle case farmaceutiche, ad esempio”.


Ma è sul fronte dell’ecosostenibilità degli imballaggi che Andolfi&C. si è imposta all’attenzione dei mercati a livello internazionale, si tratta di una questione di metodo: “senza la plastica – ci ricorda Alessandro – il boom economico non sarebbe stato possibile. Dunque, il problema non è la plastica in sé, ma il dover cercare di ragionare con qualsiasi materiale non solo sulla sua utilità, ma anche su come smaltirlo, su quanta energia s’impiega nel produrlo e quanta nel riciclarlo. Abbiamo intrapreso un percorso di sostenibilità che, oggi, ci permette di riciclare 1485 tonnellate di sfridi di lavorazioni e di creare imballaggi sempre meno impattanti sotto il profilo della quantità di materiale utilizzato attraverso la riduzione degli spessori. Molto di quello che ricicliamo lo reinseriamo in produzione, facciamo anche numerosi studi sui nuovi materiali”.


Proprio con il progetto Poliretwin, un film accoppiato e riciclabile al 100%, con altissima resistenza all’impatto e alla perforazione, Andolfi&C. è stata premiata dal CONAI: “questi premi sono il frutto di investimenti in estrusori a tre, cinque strati che hanno innescato un circolo virtuoso, il quale ci ha visto tra i vincitori dal 2021 con diversi prodotti e ne stiamo studiando altri per il prossimo futuro”.


L’idea di economia circolare come il sistema pensato per potersi rigenerare da solo garantendo dunque anche la sua ecosostenibilità è, in un certo senso, vicino all’idea di rete proposta dalla Compagnia delle Opere, che si “autoalimenta” con la condivisione dei saperi e delle esperienze. “Ho conosciuto Cdo Marche Sud circa vent’anni fa – conclude Alessandro Andolfi – una ventina d’anni fa e, quando mi sono informato sullo scopo di questa associazione, ho voluto subito aderire perché ho notato un qualcosa di importante: il fatto di essere in rete e condividere gli stessi valori, basati sulla dottrina sociale della Chiesa, in cui credo. Sono valori ai quali mi ispiro da sempre perché un’azienda è come la persona: nessuno può vivere da solo, più si condividono esperienze e più si cresce, soprattutto se ci si basa su valori positivi”.

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