Cdo Magazine – Intervista a Martina Caironi

LA FORMULA VINCENTE PER UN GRANDE SUCCESSO

Martina Caironi racconta la sua evoluzione personale e sportiva: dagli esordi alle medaglie, fino al trionfo di Parigi 2024.

Una conversazione sulla crescita del movimento paralimpico, sull’impatto di Milano-Cortina 2026 e sul cambiamento culturale in atto, verso una maggiore inclusività.

Oggi rappresenta uno degli esempi più emblematici di determinazione, un modello positivo per molti giovani che si avvicinano allo sport o che, proprio come nel suo caso, sognano un futuro brillante nell’agonismo. Martina Caironi, classe 1989, è un’atleta italiana, vincitrice di tre medaglie d’oro e quattro d’argento ai Giochi paralimpici. Martina corre con una protesi fissata alla gamba sinistra, dopo un’amputazione in seguito a un incidente in moto quando aveva solo 18 anni. L’abbiamo incontrata per farci raccontare a cuore aperto la sua storia, non solo come atleta, ma anche come testimone di una straordinaria evoluzione nel mondo paralimpico, di cui lei stessa è protagonista. 

Martina, la tua carriera è stata segnata da grandi successi. Guardando indietro, quale momento senti che ha davvero cambiato il tuo modo di vivere lo sport e la disabilità? 

Martina Caironi:

A dire il vero, il mio rapporto con lo sport è iniziato un po’ per curiosità nel 2010. Quando però è arrivato il primo oro nei 100 metri alle Paralimpiadi di Londra 2012, ho capito che qualcosa stava cominciando a cambiare. È stato come uno spartiacque nella mia vita personale e sportiva, perché da quel momento in poi hanno iniziato a riferirsi a me come ‘atleta paralimpica’. Solo qualche anno dopo però, nel 2015, ho capito che quella curiosità iniziale si stava trasformando nel mio lavoro, e che lo sport poteva realmente diventare la mia vita. 

Le prossime Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026 sono vicine. Che significato ha ospitare un evento così importante in Italia anche dal punto di vista dell’inclusione e della visibilità per gli atleti paralimpici? 

Martina Caironi:

Per il nostro Paese rappresenta un momento cruciale. In un certo senso, Milano-Cortina 2026 raccoglie l’eredità delle prime Paralimpiadi di Roma del 1960 e, più recentemente, dei Giochi di Torino 2006, ribadendo il ruolo sportivo e sociale che l’Italia riveste in questo ambito. A partire da Londra 2012 e, successivamente, a Rio 2016, ho potuto osservare da vicino i grandi progressi compiuti verso una maggiore inclusività e visibilità degli atleti paralimpici. Questa evoluzione non riguarda solo il riconoscimento sportivo, ma anche le opportunità economiche, la disponibilità di strutture adeguate e, soprattutto, un cambiamento nella percezione collettiva del diritto allo sport per le persone con disabilità. Milano-Cortina rappresenta proprio la dimostrazione di quanto sia possibile avanzare verso una reale parità di opportunità. Le infrastrutture, come l’Arena di Verona che ospiterà la cerimonia di apertura e di chiusura, sono state rinnovate e rese più accessibili. Si tratta di interventi che non si esauriranno con la fine dei Giochi, ma che lasceranno un’eredità concreta e duratura. 

Come percepisci oggi l’evoluzione dello sport paralimpico in Italia? Pensi che ci siano stati passi avanti concreti rispetto agli inizi?

Martina Caironi:

Chi oggi intraprende un percorso nello sport paralimpico trova una strada molto più agevole rispetto al passato. Il cambiamento più evidente, a mio avviso, riguarda l’attenzione mediatica, che ha innescato un effetto domino capace di trasformare molti aspetti del sistema. Non è semplice stabilire se sia la visibilità a cambiare la società oppure se sia una società più consapevole a spingere i media a parlarne di più. Probabilmente entrambe le cose si alimentano a vicenda. All’inizio della mia carriera, le persone riconoscevano i miei risultati, ma spesso percepivo un velo di compassione dietro ai complimenti. Era come se ogni successo venisse valutato principalmente in relazione alla mia disabilità, senza però cogliere il significato reale di un traguardo paralimpico e dei bisogni specifici che comporta. Oggi questo atteggiamento sta svanendo, anche grazie al lavoro costante di chi si impegna in progetti dedicati all’inclusione. Un altro segnale importante del cambiamento è la crescita dei convegni e degli appuntamenti pubblici dedicati allo sport paralimpico e alla salute mentale.

 Hai sempre rappresentato un punto di riferimento e un modello di determinazione per tanti giovani. Che messaggio vorresti lanciare ai ragazzi e alle ragazze che si avvicinano allo sport? 

Martina Caironi:

Il primo consiglio che mi sento di dare a chi desidera intraprendere un percorso sportivo è di scegliere una disciplina in base alla propria predisposizione, che è diversa per ciascuno di noi. Cercate, esplorate, provate: immergetevi nelle diverse dimensioni dello sport finché non trovate ciò che davvero vi fa stare bene. Un altro aspetto da non sottovalutare è l’importanza del movimento, indipendentemente dalle proprie ambizioni. Non è necessario puntare a una carriera olimpica o paralimpica: ciò che conta davvero è praticare attività fisica e prendersi cura del proprio corpo. Per chi invece è interessato all’agonismo, è normale che i risultati non arrivino subito. All’inizio il corpo e la mente hanno bisogno di tempo per adattarsi, ma, con costanza, gli effetti positivi dell’impegno iniziano a emergere. Quando vado nelle scuole mi piace stimolare i ragazzi dicendo loro che ho corso per una vita nonostante mi manchi una gamba. Ma soprattutto, mi piace spronarli a usare la testa. Conciliare lo studio con lo sport è fondamentale: senza facoltà intellettive, il corpo non può essere efficiente. 

Alle ultime Paralimpiadi di Parigi 2024 hai trionfato con uno straordinario oro. Quello stesso giorno hai annunciato il tuo ritiro. Come descriveresti l’insieme di emozioni che hai provato in quei giorni? 

Martina Caironi:

Due giorni prima avevo vinto l’argento nel salto in lungo e, appena un mese prima, avevo subito un infortunio. Arrivare a Parigi 2024 significava quindi portare con me un grande carico di tensione, sia fisica che mentale. Eppure, nonostante tutto, la voglia di gareggiare e di dare il massimo era più forte di qualsiasi limite fisico. Avevo già deciso che mi sarei ritirata dopo quei Giochi, ma questo non significava accontentarmi di partecipare o puntare a un piazzamento. Volevo l’oro: volevo chiudere il cerchio della mia carriera nel modo più bello possibile. In quei giorni ciò che mi ha guidata è stata l’ambizione, certo, ma ancora di più

l’esperienza. È stata proprio l’esperienza a fare la differenza, aiutandomi a mantenere la concentrazione e a restare lucida durante tutto il percorso che mi separava dalla gara. La sera prima del grande giorno, l’ansia ti pervade, ma il tempo mi ha insegnato che quello è il momento in cui trasformare la paura in forza, aggredire la gara anziché subirla. Prima di scendere in campo la mente ti mette alla prova, ti inganna, ti spaventa. Il segreto, invece, è restare radicati nel presente. La pressione è stata enorme, ma ci credevo così profondamente che, alla fine, la vittoria è arrivata.