Cdo magazine agosto 2025 – Giacomo Poretti: “La fregatura di avere un’anima”

L’attore racconta lo spettacolo in scena al Meeting di Rimini il 23 agosto. Il viaggio di un padre davanti alla sfida della libertà.

Una delle più grosse disgrazie che può capitare a un abitante del pianeta Terra nel 2024 è di inciampare in una parola apparentemente innocua, un vocabolo di appena cinque lettere: anima. Una bella fregatura. Questo viaggio inizia proprio da quell’ inciampo, una terribile collisione, avvenuta nel momento esatto in cui una neomamma e un neopapà vennero messi di fronte a una sfida insuperabile: “Avete fatto un corpo, ora dovete fare l’anima”. È un viaggio-combattimento, scomodo, urticante, persino doloroso, con una parola, con quella parola. Certo, al giorno d’oggi, i suddetti genitori possono provare a difendersi con tutto l’arsenale di armi che la modernità mette loro a disposizione: la scienza, il buon senso, gli ideali borghesi, il cinismo… Ma a un certo punto ci si trova sempre di fronte a un bivio: organizzare per il proprio figlio un avvenire da influencer, chef, archiatra, archistar, pallone d’oro, Ceo, oppure… aiutarlo ad accogliere la bellezza di una realtà donata, perché possa stupirsi tutte le volte che aprirà gli occhi. E magari riscoprire con lui la meraviglia di avere un’anima. È questa la riflessione al centro dello spettacolo di Giacomo Poretti, artista che non ha sicuramente bisogno di presentazioni, dal titolo ‘La fregatura di avere un’anima’, con la regia di Andrea Chiodi. Uno spettacolo che Poretti porta sul palco del Meeting di Rimini il 23 agosto. Abbiamo approfondito insieme a Giacomo Poretti la nascita e le ragioni di questa meravigliosa rappresentazione.

 C’è stato un momento, un evento o una riflessione personale che l’ha portata a dire: “Questo è il racconto che devo portare in scena”? 

In realtà, tutto è nato da una riflessione più ampia, che era iniziata ancor prima di mettere in scena ‘La fregatura di avere un’anima’. Da tempo sentivo il desiderio di dare forma e valore a un pensiero che mi abitava profondamente. Col tempo, quel pensiero si è trasformato in uno spettacolo vero e proprio, la cui prima versione risale al 2018. Devo dire che, più volte, ho pensato di ‘pensionarlo’, di lasciarlo andare. Ma l’argomento stesso me lo impediva. Continuavano ad arrivare stimoli, richieste, da chi lo aveva visto e voleva rivederlo, o da chi desiderava programmarlo. Un esempio recente: circa un anno fa mi è stato chiesto di presentarlo all’ Alesiana, a Viareggio, da Elisabetta Sgarbi. All’inizio ho esitato, ho detto che lo spettacolo aveva ormai i suoi anni. Ma lei lo ha visto, e non solo mi ha incoraggiato a riproporlo, ma mi ha detto: “Devi farne un libro”. Da lì sono nate nuove sollecitazioni, e mi sono reso conto che la parola stessa che dà vita allo spettacolo è difficile da racchiudere in una forma definitiva. C’è sempre qualcosa di vitale che spinge a rimetterci mano. Anche a dicembre scorso l’ho rivisitato. Ora lo porto al Meeting, e poi a novembre lo riproporrò al Teatro Oscar, dove è in programma per un paio di settimane. Le richieste continuano ad arrivare e ne sono molto felice. In fondo, riflettere sull’anima è lo scopo di una vita intera. Forse è per questo che lo spettacolo continua a cambiare, trasformarsi, evolversi.

 ‘La fregatura di avere un’anima’: può spiegarci meglio la scelta del titolo? Cosa intende con questa provocazione?

 Il titolo è volutamente provocatorio. Oggi, quando ci si imbatte nella parola ‘anima’, magari detta in modi diversi, la prima reazione spesso è di fastidio, quasi di sarcasmo. Ci si dice: “Ma davvero nel 2025 stiamo ancora qui a parlare di queste cose? Di queste romanticherie, di concetti che sembrano fuori tempo?”. Eppure, se quella parola attecchisce, se comincia a farti breccia dentro, allora succede qualcosa. Ti ritrovi coinvolto, interessato, e da lì nasce ‘la fregatura’: perché a quel punto non riesci più a farne a meno. All’inizio magari la rifiuti, la combatti con ironia o distacco. Ma poi diventa qualcosa di necessario. È una fregatura benevola in fondo, perché se, consapevolmente o per caso, cominci a dare spazio a questa dimensione, allora non puoi più ignorarla. Devi farci i conti. E questo, per quanto impegnativo, è anche profondamente umano.

 Il rapporto padre-figlio e, più in generale, la famiglia sono un tema centrale per Cdo, e anche nel suo spettacolo sono al cuore della narrazione. Quale risposta immagina o spera possa suscitare questo spettacolo, soprattutto nei padri e nei figli presenti in sala? 

Credo che sia qualcosa che tocca tutti, in modo universale. Quando diventi padre, e ti trovi davanti a un nuovo essere umano che ti riguarda così da vicino, le domande si moltiplicano, le sensazioni si amplificano. Non puoi fare a meno di interrogarti su tante cose. Nel mio caso specifico, la scintilla autobiografica dello spettacolo è nata da un episodio molto forte. Quando nacque nostro figlio, un anziano sacerdote venne a trovarci in ospedale e ci disse una frase che non ho mai dimenticato: “Bene, avete fatto un corpo. Ora dovete farne un’anima”. Quella frase ha acceso una provocazione profonda. Perché non è qualcosa a cui normalmente pensi. Ti concentri su ciò che è immediato: cambiare i pannolini, lavorare per dargli da mangiare, avere una casa, proteggerlo e trasmettergli valori… tutte cose fondamentali, certo. Ma c’è anche dell’altro. C’è un ‘di più’ che non ti è chiaro fin da subito, ma che, prima o poi, si impone. Ed è proprio da lì che nasce il cuore dello spettacolo.

Vuole parlarci di quel momento in cui la libertà diventa, paradossalmente, il nodo più difficile da sciogliere per un genitore? Quanto è complicato gestire questo rapporto tra padre e figlio? 

Credo sia una delle sfide più grandi che la genitorialità comporta, forse la più complessa in assoluto, sia per un padre che per una madre. Nella mia esperienza personale, ho visto che all’inizio la libertà non è un tema, nel senso che un bambino piccolo non la chiede, non la pretende. Ma man mano che cresce, che diventa grande, il desiderio di libertà si fa strada, ed è lì che iniziano i primi contrasti. Non solo quelli che possono esserci tra un genitore e un figlio, ma soprattutto quelli interiori, che fanno parte di un processo di crescita. In un genitore incominciano a emergere le domande cruciali: quanto proteggerlo? Quanto lasciarlo andare? Quando la protezione diventa eccessiva, persino soffocante? Sono interrogativi che fanno parte della quotidianità, ma non per questo diventano più semplici da affrontare. È davvero un compito delicato, la vita stessa ti porta a viverlo, soprattutto quando un figlio raggiunge la maggiore età, comincia a uscire di casa, a prendere le sue strade. Sono passaggi fondamentali ma, com’è naturale che sia, spesso si accompagnano a una grande nostalgia, a delle preoccupazioni, perché ogni distacco porta con sé una perdita. Credo però che per il figlio sia necessario, è parte del suo procedimento nel diventare adulto. Questi, secondo me, sono i momenti più difficili in assoluto. Certo, ci sono dei principi teorici che ci aiutano a orientarci, che ci fanno da bussola. Ma una cosa è la teoria, un’altra molto diversa è viverla, giorno per giorno, nella pratica.

 Pensa che la tecnologia, ormai parte integrante della nostra quotidianità, rappresenti un ulteriore equilibrio da trovare nel rapporto tra genitori e figli? 

Sì, anche questo è un nodo molto complesso. E aggiungerei che, al di là della preoccupazione che molti genitori provano vedendo i figli usare la tecnologia, bisognerebbe fare un passo indietro e comprendere che spesso siamo noi adulti i primi a esserne completamente immersi, finendo per proiettare sui figli le nostre stesse paure.