I primi cento anni dell’Istat, La sfida di interpretare una società in transizione
Francesco Chelli, presidente dell’istituto nazionale di statistica, racconta come l’Italia sia attraversata da dinamiche strutturali molto forti, come l’invecchiamento della popolazione, il calo demografico e l’aumento di nuclei formati da una sola persona, che richiedono nuove politiche di protezione sociale, ma soprattutto nuove chiavi di lettura
In occasione dei 40 anni di Cdo e nel Centenario dell’Istat, Cdo incontra il presidente dell’Istituto nazionale di statistica, professor Francesco Maria Chelli, per una conversazione sui grandi cambiamenti che stanno attraversando il Paese. Dalla transizione demografica all’invecchiamento della popolazione, dal calo delle nascite alla trasformazione delle famiglie, fino agli effetti che questi fenomeni producono su welfare, sanità, lavoro e coesione sociale, l’intervista offre l’occasione per leggere l’Italia di oggi attraverso i numeri, ma anche attraverso le domande che questi numeri pongono alla società e alla politica. In un tempo segnato da fragilità nuove e bisogni sempre più complessi, il confronto con il professor Chelli aiuta a comprendere quale possa essere il ruolo della statistica ufficiale: non soltanto fotografare la realtà, ma fornire strumenti di conoscenza utili per interpretare il presente e costruire il futuro.
Le statistiche sulla transizione demografica confermano anno dopo anno la longevità degli italiani. Siamo davvero il Paese più anziano d’Europa?
Siamo senza dubbio nelle prime posizioni. Nell’Unione europea i giovani di età compresa tra 0 e 14 anni sono il 14,4%, le persone in età attiva (1564 anni) il 63,6%, gli anziani, da 65 anni in avanti, il 22 per cento. Le quote più elevate di giovani si incontrano in Irlanda (18,5%), Svezia (16,8%) e Francia (16,6%). L’Italia ha la percentuale più bassa di giovani (11,9%) e la quota maggiore di anziani (24,7%). E’ uno squilibrio che si riflette nell’età mediana, pari a 49,1 anni in Italia, oltre quattro anni in più rispetto alla media Ue27 (44,9 anni), quasi dieci anni in più rispetto all’Irlanda (39,6), che vanta il valore minimo. Ma attenzione: anche se diffusamente accettato il concetto di invecchiamento della popolazione basato sul mero conteggio delle persone che superano i 65 anni, rappresenta una semplificazione, un retaggio del passato. L’anziano di oggi conduce uno stile di vita diverso e gode di una salute migliore rispetto ai coetanei del passato. La soglia di ingresso nella cosiddetta terza età tende infatti a spostarsi in avanti, progredendo con le capacità fisiche e intellettuali di una significativa maggioranza della popolazione. Ricordo che nel panorama europeo l’Italia è uno dei Paesi con la più elevata speranza di vita: nel 2025 arriva a 81,7 anni per gli uomini e 85,7 anni per le donne. È una grande conquista. In una serie storica appena pubblicata da Istat in occasione del Centenario si può osservare che nel lontano 1897 eravamo tra gli ultimi, con una speranza di vita alla nascita di soli 29,8 anni, mentre Francia, Regno Unito, Danimarca, Paesi Bassi, Svezia e Norvegia presenta vano già valori compresi tra 40 e 50 anni.
Che effetti ha questo primato su sanità, lavoro, consumi e tenuta del welfare?
Le nostre previsioni demografiche indicano che entro la metà del secolo le persone con 65 anni e più arriveranno al 34,6% del totale (oggi sono il 24,3%). E una significativa crescita è attesa anche per la popolazione di 85 anni e più, quella all’interno della quale si concentrerà una più importante quota di individui fragili, dal 3,9% del 2024 lo scenario mediano segnala una crescita al 7,2% nel 2050, con margini di confidenza tra il 6,4 e l’8 per cento. Comunque vadano le cose l’impatto sulle politiche di protezione sociale sarà importante, visti i crescenti fabbisogni della popolazione più anziana.
L’Italia non sta smettendo soltanto di fare figli: sta cambiando la sua stessa struttura sociale. Qual è, secondo voi, il dato che dovrebbe preoccuparci di più?
L’anno scorso le nascite si sono fermate a 355mila, secondo i dati provvisori che abbiamo appena diffuso. Sono 15mila in meno rispetto al 2024. Stiamo parlando di appena sei nati ogni mille abitanti. Il calo delle nascite, oltre a essere determinato dalla diminuzione corrente della fecondità è causato dalla progressiva riduzione del numero di potenziali genitori. Si tratta di una dinamica strutturale molto forte. Non c’è un dato solo a preoccupare, ma il quadro di insieme di una società in cui si vive di più e meglio di una volta, ma che è anche più fragile. Come dicevo prima, una società che ha nuovi fabbisogni. Mi limito ad aggiungere solo un altro numero. Oggi oltre un terzo delle famiglie è formato da una sola persona (il 37,1%), mentre venti anni fa questa tipologia rappresentava appena un quarto delle famiglie (25,9%). In molti casi si tratta di solitudini involontarie, di anziani rimasti soli, soprattutto donne, e che da soli devono affrontare le loro giornate.
Cdo compie 40 anni, mentre l’Istat celebra un traguardo ancora più significativo: i cento anni dalla sua nascita. Oggi, secondo lei, quale dovrebbe essere il compito della statistica ufficiale, oltre a misurare il Paese? E quanto può essere decisivo, in questa funzione, il contributo dei corpi intermedi rispetto al vostro osservatorio?
Guidare l’Istat nel suo Centenario è, prima di tutto, una grande responsabilità. Cento anni non sono solo una ricorrenza: sono una storia istituzionale che accompagna il Paese, ne segue le trasformazioni, ne registra i cambiamenti più profondi. Il Centenario è l’occasione per chiederci quale deve essere oggi il ruolo dell’Istat e quale futuro vogliamo costruire per la statistica ufficiale. Le tre parole che ho scelto per presentare il programma del Centenario — memoria, ascolto, futuro — sintetizzano bene questo passaggio. Memoria, perché un’istituzione come l’Istat ha il dovere di custodire la propria storia e il valore del lavoro che l’ha resa autorevole. Ascolto, perché oggi nessuna istituzione pubblica può essere davvero rilevante se non sa mettersi in relazione con i corpi intermedi, certamente. Ma direi di più: con tutta la società, i territori, il mondo della ricerca, con i decisori pubblici e con tutti, ma proprio tutti, i cittadini. E poi c’è il futuro, perché la statistica ufficiale deve continuare a innovare i suoi strumenti, i suoi linguaggi e i metodi di misura. Dobbiamo farlo con tutte le nostre competenze e la nostra capacità di ascolto, perché è nostro dovere restare all’altezza del tempo che viviamo.
Istat 100: Contiamo l’Italia, contiamo per il futuro
Nel 2026 l’Istat celebra il Centenario della sua fondazione. È una straordinaria occasione per ripercorrere i momenti più significativi della vita dell’Istituto, e insieme del Paese, e per affermare ancora una volta l’importanza della funzione statistica come bene pubblico a servizio di tutta la collettività. Quella dell’Istituto è una storia di numeri, indagini, analisi, strumenti di lettura dei fenomeni in atto, resa possibile grazie al prezioso lavoro delle colleghe e dei colleghi che negli anni hanno messo a disposizione la loro professionalità, le loro competenze e la loro passione, con spirito di servizio e grande dedizione. Sono tanti gli eventi che accompagneranno le celebrazioni: il Rapporto annuale alla presenza del Presidente della Repubblica, un’Esposizione digitale immersiva che racconta l’Istituto, un ciclo di seminari che coinvolge i nostri principali portatori di interesse e utenti, la Conferenza nazionale di statistica dedicata al Centenario; ma anche eventi per e con i dipendenti, un volume storico e uno fotografico, l’aggiornamento della banca dati sulle serie storiche e la pubblicazione di #StoriediDati sulle trasformazioni del Paese. “Contiamo l’Italia, contiamo per il futuro” è il messaggio che abbiamo scelto per condividere lo spirito del Centenario e garantire fiducia nei nostri numeri e nella conoscenza che ne deriva, affinché le istituzioni, le imprese e soprattutto i cittadini possano prendere le proprie decisioni con consapevolezza, ma anche con uno sguardo informato al futuro.