L’artista promuove da sempre un’inclusività sociale libera da pietismo e “politically correct”.
Abbiamo incontrato Paolo Ruffini, artista poliedrico che presenterà l’incontro “L’amore dov’è” in occasione della prossima edizione del Meeting di Rimini. Gli abbiamo chiesto di raccontarci cosa significhino per lui l’amore e l’inclusività nella società di oggi, sempre più naufraga fra l’utilizzo a sproposito del “politically correct” e la discriminazione fra “normale” e “anormale”. Attore, conduttore televisivo, regista, autore e produttore, livornese, classe 1978, da oltre dieci anni Ruffini porta avanti un percorso artistico e umano controcorrente, promuovendo un modello di inclusione autentico, lontano dalla retorica del pietismo e della beneficenza. Per lui, l’eccesso di linguaggio “politicamente corretto” rischia spesso di diventare il principale ostacolo alla costruzione di relazioni realmente sane, perché finisce per accentuare proprio quelle differenze che dovrebbero invece essere accolte come parte naturale dell’esperienza umana. Dal 2024 conquista i teatri di tutta Italia con “Din Don Down – Alla ricerca di (D)io”: oltre 70 date e più di 150.000 spettatori per uno spettacolo che, attraverso un equilibrio perfetto tra comicità, tenerezza e disobbedienza, ribalta il concetto stesso di normalità e invita il pubblico a interrogarsi sul significato della spiritualità, dell’amore e della vita. La sua ricerca artistica e sociale si esprime anche nella scrittura. Lo scorso gennaio ha pubblicato, per La Nave di Teseo, il romanzo “Io sono perfetto“, finalista al Premio Bancarella: una storia dolce e ironica che immagina un Presidente della Repubblica con sindrome di Down e afferma una verità tanto semplice quanto rivoluzionaria: nessuno è normale, nessuno è diverso, siamo tutti unici. Seguito da oltre sei milioni di persone tra Instagram, Facebook e TikTok, Ruffini continua a sperimentare linguaggi diversi. Tra i progetti che hanno maggiormente coinvolto il pubblico c’è “Il Babysitter – Quando diventerai piccolo capirai“, nato come videopodcast e successivamente diventato anche uno spettacolo teatrale, capace di raccogliere centinaia di milioni di visualizzazioni sui social. La sua è una visione artistica che ci ricorda come l’arte non sia mai soltanto intrattenimento, ma anche uno strumento capace di incidere sulla cultura, sull’economia e sul modo in cui una società sceglie di guardare sé stessa. Può il mondo dell’imprenditoria imparare qualcosa dalla compagnia teatrale inclusiva di Paolo Ruffini? Attraverso le sue parole scopriamo che la risposta è sì.
Nel suo percorso ha incontrato persone con disabilità e famiglie che vivono l’Alzheimer. Che cosa ha imparato da loro sull’amore che prima non sapeva?
La cosa più grande che ho imparato lavorando a stretto contatto con loro è che le persone con disabilità rappresentano forse una delle manifestazioni più evidenti nella nostra società dell’amore realmente incondizionato. Spesso noi siamo abituati a negoziare l’amore il più delle volte, a darlo o non darlo sulla base di mille circostanze, principi, pregiudizi, aspettative, persino paure, racchiusi dentro di noi. A volte l’insicurezza che nutriamo in primis nei confronti di noi stessi può condizionare molto anche il modo con cui ci rapportiamo agli altri e quindi il modo con cui doniamo o riceviamo amore. Loro invece, credo che siano molto più abili di noi nell’equilibrare tutto questo e semplicemente amare, regalarsi all’altro per ciò che si è, senza badare troppo a ciò che ci manca per amare in modo “perfetto” e per dare ciò che all’altro manca per essere “completo”. Questo è un aspetto che ho imparato ad apprezzare molto negli anni di lavoro con i miei colleghi e ho capito come, nell’averli come veri e propri partner, quello che ci guadagna sono io stesso. La beneficenza per cui molti mi ammirano erroneamente, la faccio a me stesso in realtà, non a loro.
Si parla molto di inclusione. Secondo lei c’è qualcosa che il mondo dello spettacolo continua a sbagliare nel raccontare chi è considerato “diverso”?
Non c’è dubbio che oggi il tema dell’inclusione sia sulla bocca di tutti. Se ne parla molto, ma ho l’impressione che troppo spesso lo si faccia nel modo sbagliato. Nel mondo dello spettacolo, in particolare, credo che uno degli errori più frequenti sia quello di voler apparire a ogni costo politically correct, come se essere politicamente scorretti fosse un peccato mortale. Io penso invece che l’inganno risieda proprio qui. Esaltare qualcuno per la sua presunta “specialità” significa, in realtà, metterlo su un piedistallo che finisce per isolarlo. E quando isoliamo una persona, anche con le migliori intenzioni, rischiamo di trasformarla in un’eccezione, poi in un’estranea e, infine, di emarginarla. Ogni volta che cediamo alla tentazione di essere semplicemente politicamente corretti, credo che, come società, ci facciamo un autentico autogol. Lavorando nel teatro, ma anche nel cinema e nella televisione, ho imparato che esiste un antidoto a questa forma di autosabotaggio: la comicità. Sul mio palco è sempre la protagonista. Il suo meccanismo è semplice e, allo stesso tempo, profondamente inclusivo: se posso scherzare, allora posso scherzare con chiunque, indipendentemente dalle caratteristiche della persona che ho davanti. L’ironia non distingue tra chi è “normale” e chi non lo è. Al contrario, elimina quella distinzione. È proprio in quel momento che il confine tra me e l’altro si dissolve. Restiamo tutti diversi, con le nostre peculiarità, ma siamo finalmente sullo stesso piano. Ed è proprio questa la forma di uguaglianza che più mi interessa: quella che non cancella le differenze, ma le riconosce senza trasformarle in etichette. C’è una frase che porto sempre con me, maturata nel corso della mia ricerca spirituale, e che sintetizza bene questo pensiero. Credo che il vero motto dell’essere umano non dovrebbe essere: “Ama il prossimo tuo come te stesso”, ma piuttosto: “Ama il tuo prossimo perché è te stesso”. Perché l’altro sei tu. Sono io. Siamo tutti noi. Siamo uguali proprio perché siamo tutti, irripetibilmente, diversi.
Siamo abituati a pensare che il lavoro richieda persone forti, efficienti e sempre performanti. La fragilità può invece diventare una risorsa per un’organizzazione? Oppure rischiamo di dirlo solo nei convegni?
Credo che oggi la distanza tra fare impresa in modo realmente inclusivo e limitarsi a farlo solo di facciata sia ancora molto evidente. E credo anche che ci sia ancora moltissimo lavoro da fare. Possiamo davvero aspettarci che un ragazzo con sindrome di Down, inserito in qualsiasi contesto lavorativo, offra una prestazione veloce quanto quella di chiunque altro? Con ogni probabilità no. Quello che, invece, possiamo aspettarci è una persona capace di portare entusiasmo, positività e un sorriso sincero per gran parte della giornata lavorativa. La differenza, allora, sta nel modo in cui scegliamo di guardare alle cosiddette fragilità delle persone, e in particolare di quelle con disabilità. Se osserviamo la realtà da una certa prospettiva, vedremo soltanto il limite. Se invece cambiamo punto di vista, scopriremo che proprio la diversità di ciascuno rappresenta una ricchezza, un valore aggiunto che possiamo offrirci reciprocamente. Nel mio caso mi considero molto fortunato, perché il mondo dello spettacolo mi permette di vivere questa consapevolezza ogni giorno. Ogni persona con cui lavoro rappresenta una risorsa artistica unica e mi offre l’opportunità di crescere come individuo, oltre a rendere ogni performance più autentica e significativa. Non lavoro con persone disabili perché le considero “speciali”. Lavoro con loro perché possiedono qualità, competenze e sensibilità che io non ho e che rendono i progetti che realizziamo insieme più forti, più ricchi e migliori. Sono parte integrante del mio team non perché abbiano bisogno della mia pietà, ma perché insieme a loro posso raggiungere i miei obiettivi nel modo migliore possibile. Ed è proprio questo, per me, il significato più autentico dell’inclusione.
Lei dirige gruppi composti da persone molto diverse tra loro. Che cosa potrebbe imparare un imprenditore dal suo modo di lavorare con una compagnia teatrale inclusiva?
Penso che il mondo dell’imprenditoria possa imparare molto da quello dello spettacolo, dove ho spesso l’impressione che le specificità di ogni persona riescano a fondersi con maggiore naturalezza, dando vita a relazioni umane e a esperienze professionali particolarmente ricche e, per certi aspetti, più autentiche. Una delle urgenze più grandi del nostro tempo, che riguarda tutti senza distinzioni, è proprio quella di riscoprire un’umanità più vera e più consapevole. Questo significa anche costruire relazioni più libere, meno condizionate dalle differenze quando vengono vissute come ostacoli o come linee di confine tra ciò che è “completo” e ciò che è “manchevole”, tra ciò che è “normale” e ciò che non lo è. Su questo credo che ciascuno di noi abbia una responsabilità. Ritrovare un’autenticità che, a tratti, sembra essersi smarrita dovrebbe essere un obiettivo collettivo, prima ancora che individuale. C’è poi un altro tema che mi sta particolarmente a cuore e che considero altrettanto urgente: il nostro rapporto con lo sviluppo sempre più rapido dell’intelligenza artificiale. L’intelligenza artificiale sta già modificando profondamente il nostro modo di relazionarci, di lavorare e, di conseguenza, anche di fare impresa, sia nel mondo dello spettacolo sia in quello aziendale. Per questo sono convinto che non possiamo continuare a progettare un futuro in cui il raggiungimento di molte delle nostre ambizioni, individuali e collettive, venga progressivamente delegato a essa. L’intelligenza artificiale è uno strumento straordinario e può rappresentare un’opportunità enorme, ma solo se rimane tale, ovvero uno strumento al servizio dell’essere umano. Se non saremo noi a stabilirne i limiti, temo che sarà lei, un giorno, a finire per limitare noi, e con noi la nostra capacità di essere davvero umani.
È proprio da queste domande, su cosa significhi amare, includere e riconoscere nell’altro una ricchezza prima ancora che una differenza, che nasce l’incontro “L’amore dove è”, in programma al Meeting di Rimini 2026. Un appuntamento da non perdere per lasciarsi provocare da una nuova prospettiva sull’umano, sul lavoro e sulle relazioni, attraverso le parole e l’esperienza di Paolo Ruffini.