Mario Dupuis e Franco Nembrini, ex presidenti della Federazione Opere Educative (FOE), assieme a Mario Mauro, referente del Direttivo FOE, si raccontano, ripercorrendo le tracce del percorso che ha portato Cdo Opere Educative a celebrare questo anniversario.
In occasione dei 40 anni di Compagnia delle Opere (Cdo), un altro importante traguardo sarà al centro delle celebrazioni: i 30 anni di Cdo Opere Educative. Per l’occasione abbiamo chiesto a chi è stato soggetto della nascita della FOE -che dal 2010 ha cambiato nome in Cdo Opere Educative perché fosse più evidente l’alveo in cui è nata e in cui continua a generarsi- di raccontare che cosa abbia significato portare avanti un impegno nell’ambito dell’educazione. I primi presidenti della FOE, Mario Dupuis e Franco Nembrini, insieme a Mario Mauro, membro del Direttivo FOE e referente del settore scuola a livello politico e culturale della Cdo, ripercorrono le tappe di questa storia, offrendo tre prospettive complementari: le origini della Federazione, il significato culturale della sua esperienza e le sfide che oggi il mondo dell’educazione è chiamato ad affrontare.
Ad aprire questo percorso è Mario Dupuis, Presidente dal 1996 al 1999 che ripercorre le ragioni da cui nacque la FOE e il contesto culturale ed educativo nel quale prese forma.
Il tema educativo ha sempre occupato un posto centrale nella vita di don Giussani rappresentando in modo esemplificativo la sua passione per l’uomo e la difesa del suo desiderio più profondo: vivere il Destino per cui Dio lo ha voluto. In questa consapevolezza è fondamentale che ogni uomo, soprattutto nella fase della vita in cui si apre alla conoscenza del reale, possa incontrare e vivere con chi lo conduce a questa scoperta della verità di sé.
Per questo la frase che ci ripeteva don Giussani: «Mandateci in giro nudi, ma lasciateci la libertà di educare», è stata l’origine di un giudizio che, nella storia del Movimento di Comunione e Liberazione ha portato, già negli anni Sessanta, alla nascita di scuole libere.
Per me, conoscere e incontrare queste scuole, fu decisivo. Nel 1984 quando fui chiamato da don Giussani e Roberto Formigoni a guidare l’allora Ufficio Scuola del Movimento Popolare compresi che la libertà di educazione non fosse uno slogan teorico, ma l’espressione di un giudizio e di ragioni culturali, sociali e inevitabilmente politiche nate da fatti concreti: opere e presenze vive nella scuola, statale e non statale.
Quella libertà educativa, allora come oggi, non riguardava soltanto il diritto all’esistenza delle scuole non statali. È sempre stata il principio portante del giudizio e dell’operosità necessari per tutto il sistema scolastico. Sfogliando una rivista di quegli anni, “Libertà di educazione”, si vede come, a partire da questo punto sorgivo, si sviluppò una riflessione su tutti gli aspetti della vita della scuola: il diritto allo studio, la valutazione, la formazione delle classi, le sperimentazioni, gli esami di maturità.
Personalità come Augusto Del Noce, Gianfranco Morra e, soprattutto per me, Giovanni Gozzer, grande maestro delle politiche scolastiche, ci accompagnarono nello sviluppo di questo giudizio, che diventava sempre più pubblico e capace di dialogare con tutti.
Più si approfondivano le ragioni per cui si sentiva come decisiva nell’educazione la possibilità che ognuno potesse crescere secondo l’ipotesi educativa che viveva nella famiglia -offerta alla sua libertà perché la potesse verificare- più la presenza delle nostre scuole diventava insostituibile.
Con il passare degli anni, conclusa l’esperienza del Movimento Popolare, Giorgio Vittadini, che nel frattempo aveva fondato la Compagnia delle Opere, mi spinse a riflettere sul fatto che il soggetto chiamato a proseguire questa presenza nella società, così come ce l’aveva insegnata don Giussani – una presenza fatta di opere e non di discorsi – dovesse essere una unità visibile delle scuole nate in quegli anni.
Quando ne parlai a mons. Giovanni Rizzo, allora responsabile del Gruppo scuole cattoliche della Conferenza Episcopale Italiana, con il quale avevamo preparato, insieme alle altre realtà delle scuole libere, la Giornata delle Scuole Cattoliche con il Papa in Piazza San Pietro nel 1991, mi disse che questa unità rappresentava il soggetto più adatto a mantenere vivo il tema della libertà di educazione. Così, nel 1996, nacque ufficialmente la Federazione Opere Educative (FOE).
L’obiettivo fu da subito quello di mettere in rete il fiorire di esperienze educative nate dalla passione di uomini liberi, certi di un’ipotesi educativa da proporre a tutti. In quegli anni incontravo centri di formazione professionale, servizi di doposcuola e molte altre realtà, invitandole ad aderire a questa idea.
Fin dall’inizio, è stato chiaro che, quanto più si pensava ai servizi che giustamente una Federazione doveva e deve dare, tanto più diventava evidente che solo la memoria di quel punto sorgivo – la passione per l’uomo testimoniata da don Giussani- avrebbe permesso di affrontare ogni sfida con un’intelligenza nuova. Questo è ancora oggi l’augurio che rivolgo alla FOE.
Dalle origini della FOE, il racconto si allarga al significato che quell’esperienza ha assunto nel dibattito culturale e politico. Mario Mauro, referente in quegli anni del Direttivo FOE e del settore scuola a livello politico e culturale della Cdo, ripercorre questo cammino, mettendo in luce il valore della libertà di educazione come questione che riguarda l’intero sistema scolastico e, più in generale, la vita della società.
Non è facile condensare in poche righe uno scorcio di storia così ricco di conseguenze per il destino di una generazione. Vale però la pena richiamare l’attenzione su quello che, nella seconda metà degli anni Novanta, è stato uno dei tentativi più originali di dare risposta a una questione che ancora oggi rappresenta una priorità, in Occidente e non solo: l’emergenza educativa.
La libertà di educazione, infatti, non riguarda soltanto il riequilibrio tra pubblico e privato nell’organizzazione del sistema di istruzione, né si esaurisce in un dibattito ideologico sul primato dello Stato o della persona. Essa richiama la necessità di dare spazio, nella vita delle nostre comunità, alla pienezza di un “io educato” al significato delle cose e capace di uno sguardo appassionato alla realtà.
Chi, in quegli anni, promuoveva scuole libere confrontandosi con i ritardi di partiti, istituzioni e visioni politiche ed ideologiche non si limitava a rinnovare la tradizione cattolica nel campo dell’educazione; contribuiva a mantenere viva la fiamma della libertà nella nostra società, alimentando quella “educazione del popolo” che, dopo la strage di Nassiriya, don Luigi Giussani indicò come l’unica alternativa al tempo più oscuro delle ideologie, quello che aveva finito per prendere in ostaggio il nome di Dio per il proprio progetto di potere.
La Compagnia delle Opere e la Federazione Opere Educative non trovano la loro ragion d’essere soltanto nella continuità con la dottrina sociale della Chiesa o nell’impegno per il riconoscimento e il finanziamento della scuola paritaria. Esse rendono possibile, ancora oggi, una presenza nella realtà fondata su un’antropologia che tiene insieme ragione e fede, offrendo un argine ai totalitarismi di ogni genere.
Nel corso della mia esperienza politica, in Italia e in Europa, ho potuto constatare come questo tentativo, pur maturato nel contesto italiano, rappresenti un’opportunità anche per altri Paesi. In un tempo storico tanto complesso, ricorda infatti che tutto dipende dalla libertà delle persone e dalla verità della loro educazione.
Lo sguardo si sposta infine sull’esperienza di Franco Nembrini che ha guidato la Foe dal 1999 al 2004. A partire dalla propria esperienza riflette sull’attualità dell’intuizione che ha dato origine alla FOE e sulle domande che ancora oggi il compito educativo continua a porre.
Il mio arrivo alla FOE fu del tutto inaspettato. Col senno di poi, credo che la scelta sia maturata per il mio ruolo tanto nella scuola paritaria – avevo partecipato alla nascita e allo sviluppo de “La Traccia” di Calcinate (BG)- quanto come insegnante nella scuola statale perché il carisma di don Giussani era interessante per l’intero sistema scolastico, statale e paritario.
Alla base di questo impegno c’era l’entusiasmo di una generazione che, guidata dall’esperienza di don Giussani, aveva assunto il compito educativo con responsabilità e passione. Lo racconta bene la storia di una giovane insegnante che, negli anni Settanta, lasciò i propri studi per contribuire alla nascita di una nuova scuola elementare. Quando si trovò a non riuscire più a conciliare scuola e università, don Giussani la invitò a dedicarsi completamente alla costruzione della scuola, riconoscendo in quell’esperienza un luogo di conoscenza, cultura e missione. E, con la passione che don Giussani ha sempre avuto per lo studio e la cultura, questo episodio ci dice il valore straordinario che riconosceva alle scuole libere.
Abbiamo però sempre voluto la libertà per tutti, non la difesa solo di una parte.
Lo compresi nel primo incontro con l’allora Ministro dell’Istruzione Giovanni Berlinguer. Quando mi invitò a rivolgermi a lui per eventuali necessità della mia scuola gli risposi: “Signor Ministro, mi permetta, ma le devo una precisazione: se fossi qui a rappresentare la mia scuola sarei scorretto; se fossi qui a rappresentare l’insieme delle scuole cattoliche sarei settario; se anche fossi qui a difendere l’intero sistema delle scuole private sarei ideologico; io sono qui a lavorare per la scuola tutta e per tutti i ragazzi che la frequentano”. Anni dopo, reincontrandolo, mi colpì il fatto che ricordava ancora quell’episodio.
Berlinguer fu molto attento alle scuole non statali: partecipò all’incontro organizzato da Mario Mauro a Milano nel 1998 e fu promotore della legge 62/2000, che riconobbe il ruolo delle scuole paritarie nel sistema nazionale di istruzione. Mi piace pensare che anche l’incontro con una posizione aperta come la nostra abbia contribuito al riconoscimento del valore pubblico di queste opere educative.
A distanza di anni, la sfida riguarda ancora non soltanto la difesa di scuole libere, ma star difronte all’“emergenza educativa” che tutti oggi registrano: una generazione che ha perso ogni sentimento di positività della vita e perciò ogni energia per affrontarla. Per questo il tema non è più soltanto la libertà di educazione, ma l’educazione alla libertà.
Perché il rischio che le scuole della FOE possono correre oggi è diventare un luogo “protettivo”, dove si mandano i figli per “preservarli” dal male del mondo. Ma oggi il mondo entra nelle teste dei nostri figli in mille modi, e una posizione “difensiva” è sconfitta in partenza.
Perciò la domanda che ci dobbiamo porre è: “Come sfidiamo la libertà dei nostri alunni? Che proposta facciamo loro, che sia in grado di muovere la loro libertà più dell’aria che si trovano a respirare?”
Allora il compito della FOE oggi rimane quello originario: essere sempre più fedele all’intuizione da cui è nata, e proprio per questo sempre più aperta a incontrare tutte le esperienze attente al bene della persona, comprese scuole non cattoliche e studenti che provengono dalle tradizioni culturali più diverse.
In particolare, credo che il compito della FOE oggi sia mettere insieme chi lavora nelle scuole della rete intorno a questa domanda: che cosa vuol dire favorire la crescita della libertà nei ragazzi oggi?
Da questa domanda dipende il senso del nostro lavoro educativo e la capacità della scuola di essere un luogo in cui ogni studente possa scoprire e sviluppare pienamente la propria umanità. È una sfida che non può essere affrontata da soli: richiede un cammino condiviso, una continua ricerca e la disponibilità a lasciarci interrogare, ogni giorno, dalla realtà e dai volti dei ragazzi che ci sono affidati.