Cdo Opere Sociali compie 30 anni

Guido Boldrin e Antonio Mandelli, raccontano il viaggio della Compagnia dalle sue origini, ripercorrendo la storia di un’operatività che resta umana nel tempo.

In occasione dell’anniversario dei quarant’anni di Compagnia delle Opere (Cdo) si celebra un altro importante traguardo: i trent’anni di Cdo Opere Sociali. Queste ricorrenze rappresentano un’opportunità per ripercorrere la storia di un’esperienza che, nel corso del tempo, ha significato la nascita e il consolidamento di numerose opere sociali, mosse dagli stessi ideali e motivate nel raggiungere obiettivi comuni.

Abbiamo raccolto le testimonianze Guido Boldrin e Antonio Mandelli, alcune delle figure che sono state centrali durante tutta la fase di sviluppo di Cdo Opere Sociali. Dai loro racconti emerge il filo che ha unito il lavoro di tante persone: la convinzione che i risultati attesi potessero essere raggiunti soltanto attraverso una collaborazione stabile tra le opere, diverse fra loro per molti aspetti, ma accomunate dallo stesso desiderio di sostegno reciproco. Le loro parole celebrano il significato più profondo di un servizio operativo che resta umano nel tempo, senza perdere di vista le persone che ne sono il cuore.

 

Guido, quando pensa alle origini di Cdo Opere Sociali, cosa ricorda degli inizi? Qual è il primo episodio che le viene in mente?

Come accade in tutte le realtà che nascono, agli inizi, anche noi eravamo alla ricerca della nostra strada. Essendo fondatore, ricordo le tante discussioni, le persone che arrivavano, e poi decidevano di andare altrove. Il primo fatto importante fu il riconoscimento dell’associazione come ente di promozione sociale. Questo ci ha permesso di avviare progetti che, nel tempo, sono cresciuti e mi hanno dato l’opportunità di conoscere da vicino le opere e, soprattutto, le persone che le guidavano.

Da che cosa nasceva l’esigenza di un luogo dedicato alle opere sociali? C’era una solitudine particolare che le opere vivevano?

Sentivamo il bisogno di offrire un sostegno concreto, sistematico e continuativo alle realtà del Terzo Settore, aiutandole a diventare esperienze sempre più solide e strutturate. Accanto alle grandi opere esistevano molte piccole realtà nate dal desiderio di rispondere ai bisogni delle persone nei diversi contesti. L’obiettivo era creare un punto di riferimento capace di interpretare le normative, facilitare l’accesso al credito, offrire consulenza e contrastare quella che potremmo definire una vera e propria “solitudine operativa e professionale”. Per questo abbiamo cercato di costruire una rete, convinti che il valore dello stare insieme permettesse di trovare risposte più efficaci e sostenibili.

Quanto è stato importante visitare le opere nei luoghi in cui lavoravano? L’incontro diretto con loro ha sempre fatto parte del vostro metodo di lavoro?

Il nostro metodo si fondava su un approccio concreto, capillare e personale. Prima di tutto bisognava conoscere le opere, ma soprattutto le persone che gli davano respiro. Abbiamo favorito una comunicazione costante con le realtà del territorio, sia per informarle sia per raccogliere suggerimenti e bisogni. Abbiamo creato gruppi di lavoro tematici, coinvolgendo i responsabili dei diversi settori, come quello dedicato ai minori, alla disabilità, alla psichiatria e ad altri, affinché potessero confrontarsi, aiutarsi e sviluppare nuove iniziative. C’era poi tutto il tema della formazione, che non era solo tecnica ma educativa.

Quali sono state le principali sfide nel conservare l’equilibrio tra attenzione alla dimensione umana delle opere e capacità di offrire un supporto operativo?

L’educazione è sempre stata il criterio che ci ha impedito di lasciare che l’organizzazione e la burocrazia svuotassero di significato il lavoro delle opere. Piuttosto che limitarci all’assistenza diretta o alla consulenza, abbiamo investito nella costruzione di una rete di partnership territoriali. Le opere più strutturate accompagnavano quelle più piccole e, insieme, sviluppavano progetti comuni. Il valore aggiunto è cresciuto proprio grazie alla collaborazione. Naturalmente, quando un’esperienza si sviluppa, deve riuscire a trasformarsi anche in proposta culturale e istituzionale: significa arrivare a formulare proposte di legge, iniziative e azioni di sistema.

In che modo il lavoro comune aiutava le opere a non perdere la propria origine e la propria missione?

È fondamentale ricordare l’origine da dove si nasce e mantenere vivo questo legame anche mentre tutto cambia. Per noi tutto parte dall’educazione della persona, dall’attenzione ai bisogni e dal tentativo di offrire una risposta concreta. Il bisogno non si comprende da una scrivania: bisogna scendere in campo, conoscerlo, guardarlo, toccarlo e ascoltarlo.

Antonio, ci racconti le tue origini in Cdo Opere Sociali?

Quando Vittadini mi chiese di fare il presidente, avevo già lasciato il lavoro perché avevo ormai la mia età. Mi propose questo incarico e io ero a disposizione, quindi accettai volentieri. Questo è il primo episodio che mi viene in mente, perché mi colpì il fatto che Vittadini avesse pensato a me. Poi, ricordo soprattutto le tante realtà che ho incontrato in quegli anni. Era un periodo di grande sviluppo e molte opere avevano bisogno di imparare a fare gli imprenditori sociali: non bastava la generosità, serviva anche un approccio imprenditoriale, che poi era il mio mestiere.

Da quale esigenza nacque l’idea di creare un luogo dedicato alle opere sociali? Le opere vivevano una particolare condizione di solitudine?

Secondo me non tanto di solitudine, quanto piuttosto della necessità di sviluppare una capacità di gestione. Gestire un’opera sociale o un’impresa industriale, con o senza scopo di lucro, cambia principalmente per la destinazione dell’eventuale risultato economico e per l’attenzione al risultato sociale. Bisognava saper gestire i rapporti con le banche, con i fornitori, con il personale: tutti i problemi tipici di un’organizzazione. Lo scopo sociale è prevalente, mentre la finalità economica è strumentale. Non si tratta di distribuire profitti, ma di raggiungere un obiettivo sociale e, allo stesso tempo, mantenere in vita l’opera perché possa durare negli anni e nei decenni. La sostenibilità nel tempo di un’opera sociale era un tema fondamentale.

Qual era il metodo di lavoro all’inizio? Era importante andare a vedere le opere sul posto?

Era importante conoscersi, visitare le rispettive opere, creare una rete di rapporti che significava amicizia, scambio e condivisione di esperienze e di risultati. Era importante anche presentare progetti comuni per accedere ai fondi messi a disposizione dagli enti pubblici, dalla Regione e dalla Comunità Europea. In Cdo creammo uno staff dedicato proprio alla progettazione e alla rendicontazione dei risultati. Era un lavoro fondamentale, perché molti erano interessati soprattutto a ottenere le risorse economiche, ma poi trascuravano la rendicontazione, che invece era indispensabile. Si trattava quindi di creare una cultura organizzativa.

Come avete evitato che Cdo Opere Sociali diventasse soltanto un erogatore di servizi o di consulenza? Cosa vi muoveva?

Ci muoveva l’idea di creare una compagnia di imprenditori sociali. Volevamo costruire un gruppo di persone che vivessero intensamente questa esperienza e che condividessero una cultura comune. Le opere nascevano dalla fantasia, dalla creatività e dalla capacità di incontrare i bisogni e dare risposte. Le opere sociali hanno bisogno di uno sguardo lungo, perché spesso richiedono investimenti importanti, soprattutto sulle persone, ma anche sulle strutture e sui mezzi tecnici. All’epoca queste erano competenze ancora poco diffuse, bisognava imparare a utilizzare tutti gli strumenti disponibili per realizzare al meglio un’opera sociale. Mi ricordo anche che seguii molto Banca Prossima. Facevo parte del comitato di indirizzo di quella banca, nata da un’iniziativa di un manager di Banca Intesa. Facevo parte anche del comitato di indirizzo della Banca del Monte. Uscivo di casa alle otto del mattino e tornavo alle undici di sera. Cosa vuole? Era troppo bello lavorare.

Guido Boldrin e Antonio Mandelli ci raccontano le radici di una realtà che fa tesoro del passato, avanzando con lo sguardo sempre alto sul futuro. Confronto, condivisione e apprendimento reciproco sono la chiave del recente sviluppo di Opere sociali. È proprio grazie a questi elementi che le nuove Community di Cdo hanno preso vita: Fuoriclasse, Protagonisti all’opera, Commercialisti all’opera e Opere Gemelle. Nate come spazi e strumenti di crescita collettiva, oggi rappresentano con vigore la consapevolezza che lavorare all’unisono genera un valore più grande, in grado di rinnovarsi anno dopo anno.

Negli anni più recenti, lo sviluppo di Cdo Opere Sociali si è caratterizzato dal progressivo consolidamento di un metodo fondato sul confronto, sulla condivisione dell’esperienza e sulla crescita della responsabilità di chi le guida. L’esperienza maturata nel lavoro quotidiano ha messo in luce un bisogno ulteriore: disporre di luoghi in cui poter leggere la realtà insieme ad altri, condividere le domande che nascono dall’esperienza, confrontarsi con problemi comuni e maturare un giudizio attraverso il rapporto con persone impegnate negli stessi obiettivi.

Il punto di partenza non è stato la definizione di percorsi teorici o di modelli organizzativi validi in astratto, ma l’osservazione della realtà concreta vissuta dalle opere. Le domande nate dall’esperienza sono così diventate il criterio con cui individuare i temi da affrontare e le modalità di lavoro da sviluppare.

È in questo contesto che sono nate le diverse community di Cdo Opere Sociali: Fuoriclasse nasce dall’esperienza di realtà impegnate nell’educazione di ragazzi e giovani che vivono situazioni di marginalità e concentra il proprio lavoro sul rapporto educativo, favorendo il confronto tra educatori, responsabili ed équipe attraverso momenti formativi, dialoghi con persone esperte, analisi di casi concreti e lavoro condiviso tra opere differenti.

Allo stesso modo, Giovani Protagonisti, successivamente divenuta Protagonisti all’opera, si sviluppa per accompagnare giovani responsabili, direttori, educatori e collaboratori chiamati ad assumere ruoli di conduzione all’interno delle opere sociali. Nato anche per rispondere a esigenze di carattere gestionale e organizzativo, il percorso si amplia progressivamente, portando al centro il rapporto tra la crescita delle competenze, lo sviluppo dell’organizzazione e la missione dell’opera.

Lo stesso metodo trova applicazione anche nell’ambito delle competenze professionali attraverso Commercialisti all’opera, nata per accompagnare le opere sociali di fronte alla crescente complessità normativa, fiscale e amministrativa. La riforma del Terzo settore e i cambiamenti introdotti negli anni hanno fatto emergere nuove esigenze di confronto tra professionisti.

Negli anni più recenti, questo percorso di sviluppo si estende anche oltre il contesto nazionale con la nascita di Opere Gemelle, progetto avviato nel 2013 per mettere in relazione opere sociali italiane ed estere accomunate dall’ambito di attività. Attraverso viaggi, collegamenti online, incontri, lavori di gruppo e seminari, il progetto favorisce il confronto tra realtà che operano in contesti geografici e sociali differenti. Il progetto amplia così gli ambiti di collaborazione anche a livello internazionale, ad esempio con il programma di Servizio Civile Universale in Brasile.

Nel loro insieme, questi sviluppi mostrano come Cdo Opere Sociali abbia progressivamente ampliato le proprie modalità di accompagnamento delle opere, consolidando una rete di rapporti costruita intorno al confronto stabile, alla condivisione dell’esperienza e all’apprendimento reciproco.