
In occasione della Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro Francesco Seghezzi, presidente dell’associazione Adapt, pone l’accento sulle nuove insidie delle tecnologie digitali.
Il 28 aprile, Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro, non dovrebbe ridursi a una ricorrenza dal valore soltanto simbolico. Dovrebbe servire piuttosto a porre una domanda di fondo: quale idea di lavoro stiamo proteggendo oggi nelle imprese come nelle realtà non profit? Perché la sicurezza è, anzitutto, misura della qualità dell’organizzazione del lavoro e del valore che un sistema economico attribuisce alla persona che lavora, non un terreno da confinare a meri adempimenti formali o a una risposta successiva agli incidenti. Anche i dati più recenti non consentono letture rassicuranti. Secondo il quadro provvisorio INAIL del 2025, gli infortuni denunciati sono stati 597.710, in aumento rispetto ai 589.571 del 2024; le denunce di infortunio mortale pervenute entro il 31 dicembre sono state 1.093; le denunce di malattia professionale sono salite da 88.499 a 98.463. Sono numeri che confermano con chiarezza che il problema resta strutturale e che la Francesco Seghezzi, Presidente di Adapt prevenzione continua a essere una priorità non risolta. Le organizzazioni, del resto, si stanno già muovendo, ma in modo molto frammentato. Cresce l’attenzione verso modelli di gestione più ordinati, verso la tracciabilità degli eventi sentinella (i cosiddetti near miss) e verso una prevenzione meno improvvisata. Anche il legislatore, negli interventi più recenti, sembra perseguire questa strada: la legge n. 198 del 2025 prevede, tra l’altro, linee guida per l’identificazione, il tracciamento e l’analisi dei mancati infortuni nelle imprese con più di quindici dipendenti, rafforza la promozione della cultura della sicurezza e investe sulla formazione dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza. Un segnale importante che suggerisce di leggere la sicurezza non solo in termini risarcitori, ma anche preventivi. Questo vale anche per il non profit, che spesso viene percepito come un contesto naturalmente “virtuoso”, quasi sottratto ai tipici problemi dell’organizzazione del lavoro. Tuttavia, dove ci sono attività coordinate,responsabilità, relazioni di servizio, spazi, strumenti, carichi emotivi e operativi, il tema della salute e della sicurezza è pienamente presente. Non da ultimo, infatti, riguarda anche i volontari: nel sistema del d.lgs. 81/2008 essi sono collocati, per il profilo prevenzionistico di base, in un regime speciale che richiama le disposizioni previste per il lavoro autonomo. Non solo. Il Codice del Terzo settore impone agli enti che si avvalgono di volontari di assicurarli contro gli infortuni e le malattie connesse all’attività svolta, oltre che per la responsabilità civile verso i terzi.
Anche nel Terzo settore, infatti, la sicurezza non è un tema marginale o eventuale, ma una componente strutturale della buona organizzazione. In questo quadro, la formazione resta un banco di prova decisivo. Il nuovo Accordo Stato-Regioni del 17 aprile 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 24 maggio 2025, ha riordinato durata e contenuti minimi dei percorsi formativi in materia di salute e sicurezza, cercando di rendere più chiaro il sistema e più rigorosi i criteri di qualità. Ma il punto vero non è solo aggiornare i moduli o rafforzare il controllo sugli attestati.
È capire se la formazione riesca davvero, da un lato, a leggere il lavoro reale – le mansioni concrete, le interferenze, le filiere, l’uso degli strumenti anche tecnologici, le pressioni di tempo, i margini di autonomia, le fragilità dei contesti organizzativi – e, dall’altro, a incidere effettivamente sulle persone, sui comportamenti quotidiani, sulla percezione dei rischi e sulla capacità di riconoscerli e governarli. Altrimenti resta facilmente un adempimento che certifica ore, ma non produce vera consapevolezza, né rafforza la prevenzione. Ed è proprio qui che emerge il punto oggi più trascurato. In Italia continuiamo a parlare di sicurezza soprattutto quando il rischio è visibile: la macchina, il cantiere, la caduta, l’urto, il rumore, la sostanza pericolosa. Tutto essenziale, naturalmente. Ma molto meno visibili sono i rischi che derivano dall’organizzazione del lavoro, e che oggi risentono in misura crescente delle tecnologie digitali: sovraccarico informativo, ritmi intensificati, reperibilità continua, lavoro da remoto senza confini effettivi, monitoraggio digitale, perdita di autonomia, isolamento, pressione emotiva nei servizi di cura e nelle attività educative o sociali. Le ricerche più recenti della Commissione europea e dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA) insistono proprio su questo punto: la digitalizzazione può offrire opportunità importanti, ma può anche ridurre l’autonomia, alimentare una cultura dell’“always on” (sempre connessi) e aggravare i rischi psicosociali e di salute mentale. Il paradosso è che gli strumenti giuridici per intercettare questi rischi, almeno in parte, esistono già. L’articolo 28 del d.lgs. 81/2008 include espressamente la valutazione dello stress lavoro-correlato e lo stesso testo unico, per il lavoro a distanza, richiama la necessità di prevenire l’isolamento del lavoratore rispetto agli altri. Il problema allora non è solo normativo. È culturale e organizzativo. Continuiamo troppo spesso a trattare questi profili come questioni laterali, quasi immateriali, quando invece incidono direttamente sulla salute delle persone e sulla sostenibilità del lavoro. Forse è proprio questo il passaggio che la Giornata del 28 aprile dovrebbe sollecitare: spostare il baricentro da un modello che interviene ex post – quando arrivano infortuni, malattie, risarcimenti o sanzioni – a un modello che agisce ex ante, nella progettazione del lavoro, nella formazione, nel coordinamento e nell’attenzione ai fattori organizzativi che tutelano i lavoratori e le lavoratrici da tutti i rischi psico-fisici. Del resto merita ricordare che per l’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS) la salute non è mera assenza di malattia, ma benessere fisico, mentale e sociale (definizione poi ripresa dal nostro impianto legislativo in materia prevenzionistica). Muovere da questa definizione significa allora riconoscere che la prevenzione non può esaurirsi nella sola riduzione del danno fisico visibile, ma deve estendersi anche ai profili che incidono sulla salute mentale e sulle condizioni organizzative in cui il lavoro si svolge e che oggi stanno vivendo una progressiva trasformazione tecnologica. In questa prospettiva, l’efficacia di un sistema di tutela non si misura soltanto nella capacità di reagire all’evento lesivo, ma prima ancora nella sua attitudine a prevenirlo.