Dopo lo smacco dei mondiali mancati, il football si interroga su come invertire la rotta. Per primo, privilegiare la crescita del settore giovanile dilettantistico. Ma serve anche incentivare le società sportive che hanno una vocazione educativa e trasformarle in punti focali del territorio
Dopo il terzo mondiale consecutivo mancato dall’Italia, bisogna iniziare a esaminare in modo strutturato cosa non funziona. Vorrei partire dal titolo di un libro di Simon Critchley edizione Einaudi: “A cosa pensiamo quando pensiamo al calcio”. Perché il calcio riguarda tanti aspetti della nostra esistenza: storia, memoria, ambienti, classi sociali, identità familiare e nazionale, natura dei gruppi, sia quelli che compongono le squadre che i tifosi stessi. Che il calcio riguardi la sfera sociale lo dice anche il suo nome inglese originario: Association Football, il calcio è la forma in cui si organizza il “socius”, la libera associazione di esseri umani. Il motivo per cui il calcio è così importante, per molti di noi, risiede proprio nel suo essere una esperienza profondamente aggregante. Non ci mancano i mondiali solo perché non partecipiamo a un torneo, ma perché ci mancherà quella forma sociale e aggregante, quel “gesto al servizio della bellezza” come diceva Marcelo Bielsa, ci mancherà quell’alzarci dalla sedia, quel sospiro, quel gol che per un attimo ci fa sentire parte di un popolo. Con alcuni amici della Compagnia delle Opere Sport, che lavorano a vario titolo nel calcio dilettantistico e professionistico, ci siamo fatti questa domanda di fronte al caos e alla crisi del nostro calcio: da dove si può ri-partire? Prima questione: privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nel calcio La vera chiave di rilancio non risiede soltanto nei vertici o nei grandi investimenti sul mercato, ma in una revisione strutturale che parta dalla base: privilegiare la crescita del settore giovanile dilettantistico e non solo professionistico. Troppo spesso il dibattito si concentra sulla prima squadra, dimenticando che il futuro del movimento si costruisce nei campi periferici, negli spogliatoi delle scuole calcio, nei centri di formazione. È qui che emerge il valore fondamentale degli allenatori, degli educatori dei vari settori giovanili, figure che non sono semplici tecnici, ma veri e propri punti di riferimento, costruttori di identità sportiva e personale. Seconda questione: il tempo è superiore allo spazio Che il tempo è superiore allo spazio, ci permette di lavorare a lungo termine senza ossessionarsi per i risultati immediati. Uno degli errori che talvolta si notano consiste nel privilegiare gli spazi di potere anziché i tempi dei processi sistemici. Dare priorità allo spazio porta alla follia di voler risolvere tutto e subito. Quando osserviamo in modo partecipato, quando decostruiamo e rivoluzioniamo le nostre conoscenze, quando disveliamo l’essenza della persona, il gesto tecnico lo facciamo proprio per permettere a queste tre dimensioni di dialogare e integrarsi.
Dare priorità al tempo significa occuparsi di avviare percorsi piuttosto che di possedere spazi. “Il tempo governa gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in continua crescita.” Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi fino a farle fruttificare in importanti eventi storici, come vincere un mondiale di calcio. Niente ansia, ma sì a convinzioni chiare e tenaci. Che cosa si può fare per rivitalizzare il calcio italiano, quali sono le scelte da fare? Accanto alla qualità delle persone, è imprescindibile la qualità delle strutture. Campi adeguati, spazi sicuri, ambienti funzionali all’apprendimento incidono direttamente sulla crescita dei ragazzi e delle ragazze. Le infrastrutture non sono un lusso, ma uno strumento pedagogico: comunicano attenzione, rispetto, progettualità. Un centro sportivo ben organizzato diventa luogo di aggregazione, presidio educativo, riferimento per il territorio. Terza questione: il talento va scoperto, valorizzato, curato e coltivato Nel discorso agli atleti Olimpici e Paralimpici di Milano-Cortina 2026 del 9 aprile Papa Leone XIV ci ricordava che: “Allenando la mente, insieme alle membra, lo sport è autentico quando resta umano, cioè quando rimane fedele alla sua prima vocazione: essere scuola di vita e di talento. Una scuola nella quale si impara che il vero successo si misura dalla qualità delle relazioni: non dall’ammontare dei premi, ma dalla stima reciproca, dalla gioia condivisa nel gioco”. Allora per una indagine seria sul talento vorrei partire da quello che don Giussani diceva nel senso religioso: “Per una indagine seria su qualsiasi avvenimento o «cosa», occorre realismo. Intendo con questo riferirmi all’urgenza di non privilegiare uno schema che si abbia già presente alla mente rispetto alla osservazione intera, appassionata, insistente del fatto, dell’avvenimento reale. Sant’Agostino, con un cauto gioco di parole, afferma qualcosa di simile con questa dichiarazione: Io cerco per sapere qualcosa, non per pensarla”. E qui si apre il passaggio alla vision. Questo processo che abbiamo descritto – osservare, creare uno stile – non è fine a se stesso. Ha un’anima, un orizzonte di senso che lo guida: l’armonia. L’armonia è la nostra proposta educativa di fondo. Significa che non alleniamo solo sulla testa – la dimensione cognitiva – né solo sulle emozioni o sulla tecnica presa da sola. Cerchiamo un’armonia tra pensare, sentire e creare: tre dimensioni che nell’esperienza della persona non sono separate, ma si intrecciano continuamente.Il linguaggio imprenditoriale ha chiamato “visione” il sogno spogliandolo del suo romanticismo, in ogni caso il sogno è abitato non è illusorio” (Jorge Valdano, “Le undici virtù del leader”).
Questa armonia, però, non vive in astratto, fa parte di un orizzonte più ampio che chiamiamo proposta integrata. Senza un ambiente, senza una ecologia integrale, Papa Francesco nell’Enciclica Laudato Sì dice che “tutto è connesso, e le decisioni individuali e collettive influenzano l’intero sistema”. Nell’ambito dello sport, questa prospettiva implica il superamento di approcci meramente funzionalisti, per assumere una responsabilità etica e trasformativa dell’intero sistema sportivo e non solo del calcio. Tutto questo processo conduce a creare uno stile nuovo di persona. Lo stile non è un ornamento, ma ciò che viene prima del risultato: è il modo unico in cui una persona “abita un campo di calcio”. Da qui nasce uno sguardo prospettico: dove vogliamo andare come comunità sportiva ed educativa? Spero che non ci limitiamo a rispondere alle emergenze o a riprodurre modelli esistenti. Vogliamo costruire un futuro in cui lo stile unico di ciascuna persona possa emergere dentro una comunità armonica, come può essere una squadra di calcio. Una comunità in cui il processo – osservare, decostruire, disvelare – diventa il modo di essere quotidiano, e l’armonia diventa la bussola culturale che orienta ogni scelta educativa, tecnica, organizzativa. In sintesi: il nostro processo ci dice come lavoriamo e che futuro avremo come Nazionale Italiana. C’è bisogno allora di un’offerta sportiva dinamica e composita, per rispondere a una domanda di sport mutevole. Quarta questione: il tema dei finanziamenti È evidente che il rilancio del calcio italiano richieda investimenti da parte del governo e della federazione, soprattutto in infrastrutture, formazione e progettualità a lungo termine. Tuttavia, il sostegno economico dovrebbe premiare le realtà che dimostrano una chiara vocazione educativa e formativa. Incentivare chi costruisce valore sociale, oltre che sportivo, significa trasformare le società calcistiche in autentici punti focali del territorio. La crisi attuale in fondo può diventare un’opportunità. Ripartire dai giovani, dall’educazione, dalla qualità delle relazioni e dalla competenza degli operatori è una scelta strategica. Il calcio italiano ritroverà competitività quando saprà riconoscere che il suo vero patrimonio non è soltanto il risultato della domenica, ma il percorso quotidiano di crescita di migliaia di bambini e bambine. Ogni club, ogni società sportiva, infatti, dovrebbe porsi come obiettivo quello di maturare una proposta di valore che tenga conto dei bisogni di tutti gli attori coinvolti. Nessun risultato e nessuno sviluppo si ottiene nel tempo senza accettare la sfida di generare una diversa cultura sportiva. “Senza un grande proposito, non ci sono grandi vittorie, senza un sogno non inizia il viaggio. Il sogno ci chiama e ci spinge all’impegno e alla sfida.