Francesco Cassese “Cosa cerchiamo nel lavoro? Un cammino che diventa proposta”

Dall’esperienza della mostra “Ogni uomo al suo lavoro” nasce un cammino di confronto per guardare al lavoro come luogo in cui si gioca la nostra umanità. il percorso intrapreso da Cdo nel mondo del lavoro raccontato da Francesco Cassese, membro della presidenza di Cdo Milano e Change Management Consultant

Negli ultimi anni il tema del lavoro si è imposto con sempre maggiore urgenza, non soltanto come questione economica o sociale, ma come ambito decisivo per comprendere l’esperienza umana nella sua interezza. È da questa consapevolezza che, all’inizio del 2025, insieme ad alcuni amici di Cdo e ad altri compagni di cammino, è nata l’idea di realizzare la mostra “Ogni uomo al suo lavoro”, ispirata al celebre verso di T.S. Eliot e dal Manifesto del Buon Lavoro di Cdo. La grande partecipazione suscitata dalla mostra, presentata al Meeting di Rimini davanti a circa 4mila persone e poi itinerante in diverse città italiane, ha confermato quanto il lavoro sia oggi una domanda aperta e viva, capace di toccare profondamente la vita di ciascuno. Allo stesso tempo, proprio l’esperienza della preparazione e della condivisione della mostra ha reso evidente che un’iniziativa culturale, per quanto significativa, non basta da sola a esaurire la portata di questo tema. È apparso sempre più chiaro che solo dentro un’amicizia e una compagnia vissuta è possibile maturare un giudizio originale sul lavoro: su ciò che lo rende luogo di compimento, sulle ferite e sugli ostacoli che lo attraversano, e sull’atteggiamento con cui ciascuno è chiamato a viverlo. Da qui è nata l’esigenza di favorire luoghi di confronto e di dialogo, in cui aiutarsi a leggere ciò che accade quotidianamente in quell’ambito che occupa gran parte delle nostre giornate e costituisce una delle espressioni più concrete di noi stessi. In questa prospettiva si è svolta l’assemblea del 7 febbraio 2026, con oltre cento partecipanti: un momento pensato non come semplice approfondimento teorico, ma come occasione di lavoro comune, a partire dall’esperienza reale di ciascuno e dalle domande emerse nel percorso della mostra:

  • Che cosa ci realizza e ci attrae nel lavoro?
  • In che cosa troviamo interesse, motivazione e compimento?
  •  Quali ostacoli incontriamo nel lavoro?
  • Che cosa blocca la nostra umanità e quando la fatica diventa un’obiezione?
  • Quale atteggiamento avere di fronte al lavoro? È necessario accontentarsi o possiamo cercare di più?

 

CHE COSA CERCHIAMO NEL LAVORO? UN CAMMINO CHE DIVENTA PROPOSTA

La domanda sul lavoro è tornata prepotentemente al centro della vita di molti. Non come tema tecnico o economico, ma come interrogativo umano, esistenziale, capace di toccare la fibra più profonda di ciascuno. È da questa consapevolezza che, all’inizio del 2025, è nata l’idea della mostra “Ogni uomo al suo lavoro”, promossa da un gruppo di amici di Cdo insieme ad altri compagni di cammino. L’intuizione era semplice e radicale: il lavoro non è solo ciò che facciamo, ma ciò attraverso cui diventiamo noi stessi. Il verso di Eliot che ha ispirato la mostra, e il Manifesto del Buon Lavoro di Cdo, hanno dato forma a un percorso che ha coinvolto migliaia di persone, prima al Meeting di Rimini e poi in tante città italiane. La grande partecipazione ha mostrato che il lavoro è una domanda aperta, viva, urgente. Ma ha mostrato anche un’altra cosa: che un’iniziativa culturale, per quanto significativa, non basta. Perché il lavoro non si comprende da soli. È dentro un’amicizia, dentro una compagnia vissuta, che si può maturare un giudizio originale su ciò che il lavoro è e su ciò che può diventare. Da qui è nata l’assemblea del 7 febbraio 2026 con don Paolo Prosperi, un momento di dialogo con oltre cento partecipanti, pensato per raccogliere domande, ferite, scoperte, intuizioni. Un momento che ha segnato un passo ulteriore: non più solo raccontare il lavoro, ma accompagnarsi nel viverlo. A rendere possibile questo passo è stato anche un metodo che si sta diffondendo sempre di più in Cdo: i Laboratori di Impresa. Sono tavoli di confronto da otto-dodici persone, non pensati per produrre analisi astratte, ma per condividere episodi concreti, fatti vissuti, successi e inciampi quotidiani. La forza di questi tavoli sta nella loro semplicità: non si parte da teorie, ma da ciò che accade. E da ciò che accade nasce energia, imitazione, correzione, sostegno, empatia, illuminazione. È un metodo che restituisce al lavoro la sua dimensione più umana: quella del racconto e dell’ascolto, della vulnerabilità e della responsabilità, della compagnia che sostiene e rilancia. I Laboratori di Impresa sono diventati così il luogo in cui molti hanno potuto riconoscere che il lavoro non è un fatto privato, ma un cammino condiviso. La genesi di questo percorso è tutta qui: nel desiderio di non lasciare il lavoro nel recinto delle analisi o delle statistiche, ma di guardarlo come luogo in cui si gioca la nostra umanità.

 

Le domande poste all’inizio dell’assemblea lo dicono con chiarezza: che cosa ci realizza nel lavoro? Dove troviamo interesse e compimento? Quali ostacoli incontriamo? Che cosa blocca la nostra umanità? È necessario accontentarsi o possiamo cercare di più? Sono domande che non nascono da un laboratorio teorico, ma dalla vita concreta di persone che ogni giorno affrontano ritmi, pressioni, responsabilità, relazioni, successi e fallimenti. Nel suo intervento, don Paolo Prosperi ha raccolto queste domande e le ha restituite con una profondità sorprendente. La prima provocazione riguarda il senso del lavoro. La crisi contemporanea, ha detto, è innanzitutto una crisi di senso. Ma la crisi non è necessariamente un male: “può essere l’occasione per dilatare l’orizzonte”, per tornare a chiedersi che cosa sia davvero il lavoro. Troppo spesso lo riduciamo alla professione, alla prestazione, alla carriera. Ma il lavoro, nella sua radice più vera, è molto di più: è l’applicazione dell’energia affettiva dell’uomo a una realtà per migliorarla. È ciò che facciamo quando costruiamo un rapporto, quando educhiamo un figlio, quando preghiamo, quando ci alziamo la mattina e affrontiamo la giornata. Il lavoro è la vita stessa che si muove verso un compimento. Da qui nasce un secondo tema: la lotta con le immagini. Ognuno di noi porta dentro immagini di successo, di realizzazione, di come “dovrebbero andare le cose”. Ma queste immagini, se diventano idoli, ci impediscono di gustare il presente. Prosperi ha ricordato che il centuplo non è un premio futuro, ma “quel gusto del presente” che nasce quando smettiamo di inseguire un ideale astratto e iniziamo a vedere il bene nel dettaglio che abbiamo davanti. È la possibilità di vivere il lavoro non come rincorsa affannosa, ma come incontro quotidiano con una realtà che ci parla, ci provoca, ci educa. Un terzo nodo riguarda il tempo e l’unità della vita. La frenesia del lavoro moderno sembra impedire quello sguardo contemplativo che permette di vedere le cose nel loro orizzonte totale. Ma il problema non è “lavorare troppo”: è perdere di vista il compito totale della vita. L’equilibrio non nasce da un dosaggio perfetto delle energie, ma da un ordine, da un principio che tiene insieme i pezzi. E questo principio non può essere un metodo organizzativo: è un’appartenenza, un legame, una memoria viva che dà forma al modo in cui affrontiamo tutto. Prosperi lo ha espresso con una frase semplice e decisiva: “Il problema non è lavorare troppo, ma perdere di vista il compito totale”. Il quarto tema riguarda l’ambiente di lavoro. Molti hanno raccontato la fatica di vivere in contesti dominati dalla logica del profitto, della competizione, della paura del giudizio. Prosperi ha riconosciuto la serietà di questa sfida: essere nel mondo senza essere del mondo. Il laico cristiano è chiamato a vivere immerso nelle dinamiche del lavoro contemporaneo, ma senza lasciarsene determinare. E questo è possibile solo dentro una compagnia che sostiene, corregge, rialza, ridà fiato. Perché il lavoro, così come lo viviamo oggi, porta con sé la ferita della caduta: è segnato dalla fatica, dal limite, dalla resistenza del reale. Ma proprio per questo è il luogo della redenzione, il luogo in cui la grazia può entrare nella carne della vita. “Il lavoro — ha detto Prosperi — non è ciò che sarebbe nell’Eden. È il luogo della redenzione, e per questo è anche il luogo della gloria”. La conclusione di Prosperi è stata semplice e radicale: il lavoro non è un tema da risolvere, ma un cammino da fare insieme. È un luogo in cui la fede diventa esperienza concreta, giudizio, libertà. È un ambito in cui possiamo scoprire che Cristo non è un’aggiunta spirituale, ma la forza che rende possibile vivere il lavoro come luogo di compimento e non di alienazione. E questo cammino, se vissuto, può diventare una proposta che si allarga a cerchi concentrici: dalle persone ai gruppi, dai gruppi alle comunità, dalle comunità ai luoghi di lavoro, fino a diventare un contributo culturale per il Paese. Per questo il percorso non si ferma. Avrà una ricaduta anche al Meeting di Rimini dell’estate 2026, con un breve ciclo di incontri che vuole portare avanti questo dialogo e confronto, sempre con don Paolo Prosperi e con alcuni imprenditori. Saranno incontri brevi, essenziali, pensati non per “spiegare” il lavoro, ma per mostrare come il lavoro possa diventare un luogo di umanità ritrovata. I Laboratori di Impresa saranno parte integrante di questo percorso: non come semplice metodologia, ma come forma concreta di compagnia, capace di generare giudizio e cambiamento reale. L’obiettivo è semplice e ambizioso: far emergere un popolo che vive il lavoro come vocazione, come responsabilità, come possibilità di bene. Non per offrire ricette, ma per condividere un’esperienza: che il lavoro può essere un luogo in cui la fede illumina la realtà, un luogo in cui si costruisce un popolo, un luogo in cui ciascuno può scoprire che la domanda “che cosa cerchiamo nel lavoro?” non è un interrogativo astratto, ma la strada concreta attraverso cui la vita diventa più vera.