Padre Francesco Ielpo, “Esserci e custodire le opere sociali in Terra Santa”

Il Custode di Gerusalemme racconta una storia di cura quotidiana per abbattere il muro della diffidenza. La sua dedizione e la sua vicinanza alle comunità locali hanno fatto di lui un punto di riferimento del dialogo interreligioso e della costruzione di molte opere sociali.

Abbiamo incontrato Padre Francesco Ielpo, membro dell’Assemblea degli Ordinari Cattolici della Terra Santa, proclamato 169° Custode di quest’ultima e Guardiano del Monte Sion, il 24 giugno 2025, con un mandato di custodia previsto fino al 2031. Interrotti gli studi universitari in Medicina, Padre Ielpo ha indossato l’abito francescano nel 1993, emettendo la professione solenne dei voti religiosi di obbedienza, povertà e castità nel 1998.

Ha ricevuto l’ordinazione presbiterale due anni dopo. Prima di abbracciare la missione di Custode di Gerusalemme, fra i molti ruoli che Padre Ielpo ha ricoperto negli anni spiccano quelli di Presidente della Fondazione Terra Santa, membro del Consiglio Direttivo dell’Associazione Pro Terra Sancta, Rettore del liceo Scientifico Luzzago di proprietà dei Francescani di Brescia, membro del Consiglio Nazionale della FIDAE (Federazione Istituti di Attività Educative) e Definitore provinciale della Provincia lombarda. Ha prestato servizio come Commissario di Terra Santa della Lombardia, continuando poi l’incarico per la Provincia del Nord Italia.

È attualmente stato Delegato del Custode di Terra Santa per l’Italia e Delegato generale per le Province in Campania, Basilicata e Calabria. Oggi la sua casa è nel convento di San Salvatore della Città Santa ma, dacché Padre Ielpo è stato investito della carica di Custode in questi luoghi, la sua missione di cura e presenza oltrepassa i confini geografici e religiosi di Gerusalemme, per estendersi anche ai popoli di Siria, Giordania, Libano, Cipro e Rodi, Egitto. La sua dedizione e vicinanza alle comunità che sostiene nel mondo, nel nome della fede cristiana, ha fatto di lui negli anni un vero e proprio punto di riferimento del dialogo interreligioso e della costruzione di molte opere sociali.

A Padre Ielpo abbiamo chiesto di raccontarci attraverso le sue parole che cosa significhi davvero portare avanti la sua missione quotidiana, oltre che religiosa e spirituale, anche, e soprattutto, pratica e sociale. La sua presenza in Terra Santa, uno dei territori più colpiti al mondo dalla tensione fra popoli diversi, rappresenta una promessa e, al tempo stesso, un simbolo di fede per un futuro più armonico. Attraverso questo dialogo, il Custode di Gerusalemme ci ha restituito un’esperienza di grande umanità, fatta di impegno e cura quotidiani, all’insegna della pace.

 

Che cosa significa per lei essere stato nominato custode di Terra Santa in un momento storico così complesso per la regione?

Da un momento all’altro mi è stato affidato un nuovo ruolo, un compito con un obiettivo più grande di me. Il sentimento che provo è quello di una grande sproporzione tra il compito stesso e chi lo custodisce, cioè la mia persona. Ma questa sproporzione, questo spazio, diventa lo spazio in cui un Altro può agire.

La grazia di poter restare dentro a questo ruolo e nel compito che ti è stato affidato, è una responsabilità che bisogna avere il coraggio di assumersi.

Guardando al futuro, quali sono le priorità per la custodia nei prossimi anni e quale messaggio di speranza desidera lasciare a chi l’ascolta?

Le principali sfide e i principali ambiti della custodia
sono quelli che la caratterizzano da centinaia di anni di presenza in Terra Santa: esserci e custodire. Potremmo dire che tutto si gioca intorno al verbo “custodire”, in Terra Santa. È una missione nata con il desiderio di custodire i luoghi santi, i luoghi della nostra redenzione.

Ma custodire non significa semplicemente svolgere un servizio di sorveglianza, come farebbe una cooperativa: significa vivere e abitare questi luoghi, pregare e celebrare in essi. Significa anche prendersi cura della presenza cristiana che li circonda.

Questa missione continua e continuerà nel tempo,
perché si sviluppa attorno a questi luoghi e alle persone che li abitano — non solo i cristiani, ma l’intera popolazione. Custodire è anche memoria”. Oggi è importante che si sia cominciato ad approfondire l’aspetto archeologico e biblico, soprattutto negli ultimi centocinquant’anni. Custodire vuol dire anche prendersi cura, quella che passa attraverso le opere. Le opere sono fondamentali, diventano l’espressione della passione per l’uomo e per Dio.

Penso alle nostre diciotto scuole, con più di 10mila studenti, sia cristiani che musulmani, appartenenti a diverse confessioni. Le opere infatti non sono solo quelle archeologiche, ma anche, e soprattutto, quelle “sociali”. Pensando alla Compagnia delle Opere, per esempio, mi viene in mente che alcuni artigiani dell’Italia provenienti dalla Toscana nel tempo hanno insegnato e trasmesso il loro mestiere agli abitanti di Betlemme: ancora oggi è una delle principali fonti di reddito della città, molti hanno imparato per esempio la lavorazione della madreperla. Ciò ha significato creare possibilità di lavoro. Abbiamo progetti con grandi amici, con professionisti, con produttori che si impegnano a questo scopo. Abbiamo progetti di selezione di giovani che hanno proposte e idee, per far partire start-up, aiutarli e accompagnarli non soltanto dal punto di vista economico, ma anche professionale, perché possano diventare imprenditori della propria opera. E questo vuol dire far crescere un popolo.

Se dovessi rivolgere un appello ai lettori del vostro
magazine, direi: aiutateci non a fare assistenzialismo, ma a sviluppare, attraverso l’imprenditoria e la professionalità, ciò che può nascere da questi popoli, soprattutto dove ci sono difficoltà sociali ed economiche non indifferenti. Non penso soltanto alla Palestina, ma anche al Libano e alla Siria. Dove c’è da ricostruire, c’è da ricostruire non solo l’edificio, ma anche l’umano, la capacità di mettersi in gioco con la realtà.

La Terra Santa è spesso teatro di tensioni e conflitti, lo sappiamo. In che modo la custodia francescana può promuovere la pace e il dialogo tra culture e religioni differenti?

Questo obiettivo è raggiungibile non a livello teorico o accademico, ma nel quotidiano: lavorando insieme nelle scuole, dove i bambini crescono fianco a fianco, imparano a conoscersi e a studiare insieme. Questa è la sfida più bella: nel “giorno dopo giorno”, la traduzione concreta dell’incontro con l’altro, con il diverso. L’altro non è un nemico da eliminare, ma qualcuno con cui condividere.

Qualcuno che ha la propria identità in questa Terra. Mi piace questa espressione: “essere facili dell’incontro”, cioè favorire questi incontri anche tra persone molto diverse, perché è nel cuore di ogni uomo il bisogno insopprimibile di incontrare l’altro autenticamente, senza paura e senza sospetto.

Nel dramma di ogni conflitto c’è anche questo: il sospetto, la diffidenza, che diventano una barriera, un muro. Impediscono la realizzazione dell’incontro. Attraverso il lavoro, attraverso l’iniziativa, attraverso anche l’attrattiva delle nostre opere, con l’arte, che è un linguaggio universale e perciò ci unisce. La scuola di restauro dei mosaici è un grande esempio.

Uno dei nostri direttori è un ragazzo che ha studiato lì e, come dice lui stesso, attraverso il mosaico ha riscoperto tutta la storia della sua terra. Il mosaico è un elemento artistico di bellezza che attraversa ogni epoca e ogni cultura: trovi mosaici ebraici, di epoca giudaica, mosaici bizantini, mosaici di epoche diverse.Si tratta di uno stesso elemento che unisce tutti e permette di creare legami.