Dopo il ritiro dall’attività agonistica, l’ex capitana della Nazionale italiana di basket ha continuato il suo percorso nel mondo dello sport con ruoli manageriali fino a diventare Team Manager della Juventus Women: trasformando così l’esperienza da atleta in competenze utili alla gestione dei gruppi
Raffaella Masciadri è una delle figure più rappresentative dello sport femminile italiano. Ex cestista di altissimo livello, è stata capitana della Nazionale italiana di basket e ha legato gran parte della sua carriera a club storici come Comense e Famila Schio, conquistando numerosi titoli nazionali. Ha giocato anche negli Stati Uniti, nella WNBA, con le Los Angeles Sparks. Dopo il ritiro dall’attività agonistica, ha continuato il suo percorso nel mondo dello sport con ruoli istituzionali e manageriali. Oggi è Team Manager della Juventus Women. La sua storia sportiva racconta non solo una carriera ricca di successi, ma anche un percorso costruito su dedizione, leadership e capacità di mettersi continuamente in gioco. In campo Masciadri è stata un punto di riferimento per compagne, allenatori e tifosi: una giocatrice capace di unire talento tecnico, intelligenza tattica e forte personalità. La fascia da capitana della Nazionale ha rappresentato il riconoscimento naturale di queste qualità, confermandola come una voce autorevole dentro e fuori dal parquet. Il passaggio dal basket giocato ai ruoli dirigenziali e organizzativi testimonia la solidità della sua visione dello sport. Masciadri ha saputo trasformare l’esperienza maturata da atleta in competenze utili alla gestione dei gruppi, alla valorizzazione delle persone e alla costruzione di ambienti professionali ambiziosi. Il suo approdo nel calcio femminile, all’interno di una realtà prestigiosa come la Juventus Women, conferma la trasversalità del suo profilo e la capacità di portare valore anche in contesti diversi da quelli in cui si è affermata. Raffaella Masciadri rappresenta così un esempio importante per le nuove generazioni di atlete: una figura che ha saputo aprire strade, interpretare il cambiamento e contribuire alla crescita dello sport femminile italiano con serietà, competenza e passione.
Quale significato ha avuto per lei entrare nel 2022 in Juventus con il ruolo di Team Manager della Prima Squadra femminile?
Entrare in Juventus nel 2022 ha rappresentato per me un passaggio molto significativo, sia dal punto di vista professionale che personale. Dopo una vita trascorsa da atleta, nello specifico da cestista, approdare in un club così strutturato e ambizioso mi ha dato l’opportunità di mettere a sistema il mio vissuto sportivo all’interno di un’organizzazione di eccellenza. Dopo anni vissuti in campo, con l’adrenalina della partita e la responsabilità da capitano, mi sono ritrovata dall’altra parte, con una responsabilità diversa ma altrettanto intensa. È stato un cambio di prospettiva: da chi vive il campo in prima persona a chi lavora ogni giorno per creare le condizioni migliori affinché le atlete possano esprimersi al massimo. Farlo in una realtà come Juventus, che ha contribuito in maniera con creta allo sviluppo del calcio femminile in Italia, ha reso questa sfida ancora più stimolante.
Quali sono stati gli insegnamenti e le sfide più significativi di questa esperienza ad oggi?
L’insegnamento più importante è stato comprendere quanto la complessità organizzativa sia determinante nel rendimento sportivo. Ogni dettaglio, dalla logistica alla comunicazione interna, contribuisce in modo diretto alla performance della squadra. La sfida principale è stata proprio quella di passare da un ruolo operativo sul campo a uno di coordinamento, dove è fondamentale avere una visione d’insieme, saper gestire le esigenze di tante figure diverse e mantenere sempre equilibrio tra le necessità tecniche, umane e organizzative. In questo percorso ho imparato che l’ascolto, la flessibilità e la capacità di adattarsi rapidamente fanno la differenza tanto quanto la competenza tecnica.
Come definirebbe la gestione di una squadra tutta al femminile nel ruolo di Team Manager?
Gestire una squadra femminile è un’esperienza molto intensa, perché c’è una forte componente emotiva e relazionale. Le dinamiche sono profonde, autentiche, e richiedono sensibilità e presenza vera. Per me significa soprattutto creare fiducia. Far sentire ogni giocatrice vista, riconosciuta, importante. Perché quando una persona si sente così, riesce a dare molto di più. Allo stesso tempo, però, non bisogna mai dimenticare che parliamo di professioniste di alto livello: la competitività, l’ambizione e la voglia di vincere sono esattamente le stesse di qualsiasi altra squadra. È questo equilibrio tra empatia e performance che rende il lavoro così sfidante e, allo stesso tempo, così bello.
Come valuta l’evoluzione del calcio femminile in Italia negli ultimi anni? E quali passi ritiene ancora necessari per avvicinarsi ai livelli di crescita raggiunti da alcune realtà internazionali che considera esempi virtuosi?
Negli ultimi anni il calcio femminile in Italia ha fatto passi molto importanti, soprattutto in termini di visibilità, professionalizzazione e strutturazione dei club. L’introduzione del professionismo è stata una tappa fondamentale, così come l’ingresso di società strutturate che hanno investito risorse e competenze. Tuttavia, per raggiungere i livelli delle realtà più avanzate a livello internazionale, è necessario continuare a lavorare su diversi fronti: lo sviluppo dei settori giovanili, la sostenibilità economica del sistema, l’investimento in infrastrutture e la crescita della cultura sportiva legata al calcio femminile. Quando guardiamo alle realtà più avanzate, vediamo una cosa chiara: hanno investito prima e con continuità. Per colmare il gap non basta seguire, bisogna avere il coraggio di anticipare, di fare scelte strategiche anche quando i risultati non sono immediati. Serve anche una visione condivisa tra istituzioni, club e stakeholder per costruire un percorso stabile e di lungo periodo. Il talento non ci manca. La vera sfida è creare il contesto giusto perché possa esprimersi fino in fondo.
Come sa, Cdo ha molto a cuore il tema dell’associazionismo fra imprenditori, corpi intermedi e realtà non-profit. Guardando al mondo del calcio, quali sono secondo lei i principali benefici — e le principali sfide — del “fare squadra”?
Il “fare squadra” è un principio fondamentale, non solo nello sport ma in qualsiasi organizzazione. Nel calcio, significa mettere in relazione competenze diverse — tecniche, manageriali, mediche, comunicative — verso un obiettivo comune. Il beneficio principale è proprio la capacità di creare valore condiviso: quando ogni area lavora in sinergia, il risultato complessivo è superiore alla somma delle singole parti. La sfida, però, è mantenere allineamento e chiarezza di visione. In contesti complessi, con tanti interlocutori, il rischio è la frammentazione. Per questo è fondamentale avere leadership, comunicazione efficace e una cultura organizzativa forte, che permetta a tutti di riconoscersi negli stessi obiettivi.