Enrico Ribet, CFO e Legal Director di Humana People to People Italia, organizzazione associata a Cdo Milano, ci accompagna dentro il suo ruolo in una realtà che fa della propria missione la promozione di una cultura della solidarietà e dello sviluppo sostenibile.
Enrico Ribet porta in Humana un percorso professionale non scontato. Dopo quasi vent’anni nella Guardia di Finanza, dove ha maturato competenze in ambito fiscale, giuridico e di analisi dei bilanci, ha proseguito nel settore privato fino ad approdare in Humana People to People Italia. Oggi, come CFO e Legal Director, presidia le aree amministrativa, finanziaria e legale di una realtà complessa, nella quale il rigore gestionale è condizione concreta per sostenere progetti sociali di lungo periodo.
È proprio questa la chiave. Humana opera con strumenti e responsabilità d’impresa, ma con una scelta sostanziale: il valore economico generato viene reinvestito in progetti di sviluppo sociale e ambientale. «Quello che mi piace di più — spiega Ribet — è unire la professionalità necessaria a gestire un’organizzazione complessa con un purpose che dà senso a ogni decisione: le tre dimensioni della sostenibilità (ambientale, sociale ed economica) non sono per noi un framework astratto, ma la bussola concreta con cui gestiamo struttura, risorse e impatto». Perché le buone intenzioni non bastano: per produrre un impatto reale servono organizzazione, competenze, controllo e continuità.
La nascita di Humana
Il modello nasce alla fine degli anni ‘70, nel Nord Europa, dall’intuizione di un gruppo di giovani scandinavi che, viaggiando tra India e Africa, decisero di sostenere quelle popolazioni attraverso progetti concreti. L’idea iniziale — raccogliere e donare vestiti usati — mostrò presto un limite: rispondere a un bisogno immediato non significa necessariamente creare sviluppo. «Al massimo copri un bisogno immediato, ma non crei sviluppo», sintetizza Ribet. Serviva allora un’attività capace di produrre valore economico da destinare ai progetti sociali di medio-lungo termine. Da qui la raccolta degli abiti usati come motore di un’impresa il cui scopo non è il profitto in sé, ma l’impatto che il profitto può rendere possibile.
Oggi Humana è parte di una rete internazionale presente in 49 Paesi, con oltre 1.800 progetti di sviluppo e circa 17 milioni di beneficiari. In Italia conta una catena di 21 negozi, in espansione, un team di oltre 350 persone e una filiera integrata: raccolta, selezione per il riutilizzo e il riciclo, vendita. È un elemento distintivo in un settore nel quale, spesso, chi raccoglie non seleziona e chi seleziona non vende. I progetti sostenuti spaziano dall’istruzione — scuole elementari, secondarie, professionali e magistrali, spesso pensate come piccole cittadelle autosufficienti — all’agricoltura, con i Farmer Club che insegnano a diversificare le colture, fino alla sanità e al microcredito per le donne. «Non c’è un progetto che genera maggior valore di un altro— racconta Ribet — perché si completano l’uno con l’altro. Si crea sviluppo a 360 gradi».
Il nodo ambientale: la sfida su un tema sempre più urgente
È qui che l’impatto di Humana incrocia uno dei temi più urgenti del presente: l’inquinamento prodotto dalla moda “usa-e-getta”. Il fast fashion ha un costo ambientale molto alto, a partire dalla materia prima. Per una sola t-shirt di cotone servono quasi tremila litri d’acqua; poi arrivano filatura, colorazione, trasporto e distribuzione. Ma il problema più insidioso riguarda la qualità: capi prodotti per costare poco e durare poco, con tessuti, fili e cuciture che dopo pochi lavaggi perdono valore e diventano difficili da recuperare.
«Per alcuni capi che riceviamo, circa il 7% — spiega Ribet — dobbiamo sostenere anche i costi della termovalorizzazione, perché non sono idonei né al riuso né al riciclo: è materiale che non ha più alcun valore». Il risultato è una quantità crescente di rifiuti tessili non recuperabili, alimentata dall’abitudine ad acquistare di più perché il prezzo è basso. E il riciclo, oggi, resta una sfida anche economica: su scala industriale i costi possono superare il valore della fibra recuperata. «Se compro la fibra dall’estero mi costa dieci; se la produco riciclata mi costa trenta. Senza un obbligo giuridico, nessuno la comprerebbe».
Per questo Humana guarda avanti, anche in vista della responsabilità estesa del produttore nel tessile. L’azienda ha avviato progetti pilota di campagne di take back con numerosi brand e sperimentazioni di riciclo chimico, termico e meccanico con partner industriali, alcuni dei quali quotati in borsa, e a Novara dovrebbe partire un impianto pilota a cui Humana fornirà le prime tonnellate di materiale da testare. L’obiettivo è preparare il terreno perché, quando il contributo ambientale previsto dalla normativa renderà il riciclo economicamente sostenibile, gli investimenti industriali possano crescere e trasformare un problema in una filiera nuova.
Trasparenza come vantaggio competitivo
In un settore in cui le cronache hanno raccontato anche traffici illeciti di rifiuti tessili, la differenza di Humana è la tracciabilità. Ogni flusso è documentato, e questo consente di costruire partnership di filiera con grandi marchi, anche del lusso, che possano generare impatti sociali e ambientali positivi, credibili e verificabili. «I nostri sono dei contenitori di raccolta “parlanti”: indicano esattamente il flusso, cosa ne facciamo e quali progetti sosteniamo». Della raccolta, circa il 70% viene riutilizzato, circa il 22% riciclo e solo una piccola quota viene destinata a termovalorizzazione.
Dietro questa solidità c’è un presidio gestionale rigoroso: chiusure settimanali e mensili, analisi trimestrali, un Organismo di Vigilanza di cui il CFO di Humana stesso fa parte. «Non aspettiamo il 31 dicembre per fare donazioni: i progetti hanno bisogno continuo di risorse». È un’attività che comporta rischio, perché ogni euro è di fatto un investimento. Ma è proprio questo intreccio tra responsabilità economica e finalità sociale a definire l’identità di Humana: un’impresa che deve funzionare bene per poter fare bene.
Un’impresa che crea valore
La figura di Enrico Ribet incarna una convinzione che Cdo porta avanti da sempre: il lavoro, anche quello più tecnico e gestionale, può essere espressione di un significato più grande. Humana dimostra che il profitto non è necessariamente in contraddizione con il bene comune, ma può diventarne lo strumento. «È un concetto di utile diverso conclude: non l’utile della speculazione, ma un utile che crea più valore». In un’epoca che fatica a tenere insieme efficienza e responsabilità, è una lezione d’impresa che merita di essere conosciuta.
HUMANA IN NUMERI:
- 20.000 persone impiegate nel mondo
- 350+ persone impiegate in Italia
- 49 paesi in cui Humana è presente nel mondo
- 17 mln beneficiari dei progetti di sviluppo
- 1.800+ progetti di sviluppo attivi
- 21 negozi in Italia, in espansione
- ~70% della raccolta destinato al riutilizzo.